#1/2016 – ARNALDO BAGNASCO con Francesco Ramella & Rocco Sciarrone

Leggendo l’intervista di Francesco Ramella e Rocco Sciarrone si ha l’impressione che nella definizione del percorso intellettuale di ARNALDO BAGNASCO la dimensione dell’intenzionalità abbia sempre la meglio su quella della casualità. Sarà forse che il suo incontro con la nozione di immaginazione sociologica – l’atteggiamento mentale di chi riesce insieme a distinguere e collegare questioni private e problemi pubblici, provando a vivere con consapevolezza e autodeterminazione – avviene presto, prima ancora di quello fortuito con la sociologia (ad un corso complementare tenuto da Luciano Cavalli presso la Facoltà di Giurisprudenza di Genova). In ogni caso sorprende l’abilità con la quale il sociologo ligure (ma torinese per ricercata adozione) riesce a “quadrare i cerchi”, tenendo insieme passione per la ricerca e vocazione didattica; studio del particolare e visione d’insieme; speculazione teorica e impegno pratico; analisi degli sviluppi del capitalismo contemporaneo e tematiche classiche della modernità; sociologia generale e campi di specializzazione – in primis quelli della sociologia economica e urbana, nei quali realizza studi seminali per la tradizione italiana, presto apprezzati all’estero; riservata serietà e generosa ironia (vedi l’inedita ipotesi di ricerca qui suggerita alle nuove generazioni di sociologi…).

Raccontaci del tuo percorso formativo e del tuo avvicinamento alla sociologia…

Come molti della mia generazione sono arrivato tardi alla sociologia, un po’ per caso, un po’ per scelta. Dopo un buon liceo classico ho avuto esperienze ondivaghe all’università, per approdare, con poca convinzione, alla facoltà di giurisprudenza di Genova. Di quel percorso di studi poche cose son rimaste per me importanti: il robusto corso di diritto costituzionale di Carlo Cereti (un’idea complessiva di struttura istituzionale della società) e quello di filosofia del diritto, tenuto da Luigi Bagolini, che ci faceva studiare l’Adam Smith della teoria dei sentimenti morali e il Kelsen della teoria generale del diritto: esplorazioni nei dintorni della sociologia; prima, per conto mio, mi ero già imbattuto nell’antologia di C. Wright Mills Immagini dell’uomo, che mi aveva fatto approdare a L’immaginazione sociologica (un libro che mi intrigava, ma del quale molte cose mi sfuggivano)[1]. Poi trovai, tra i possibili corsi complementari, proprio quello di sociologia, tenuto da Luciano Cavalli, credo ancora professore incaricato in quegli anni di rifondazione della disciplina in Italia. L’esame di Cavalli fu per me il vero ingresso in sociologia e a lui devo in particolare due orientamenti che hanno influenzato tutto il mio percorso successivo: il significato centrale di Max Weber nell’evoluzione della teoria e del metodo sociologico (che studiavamo con il supporto de La struttura dell’azione sociale di Parsons)[2] e la scelta della mia tesi di laurea. Infatti, anche in considerazione dell’interesse di Cavalli per la tradizione élitista, concordammo una ricerca sulla struttura del potere in una comunità della Liguria occidentale[3]: molto di quanto farò in seguito riguarderà l’organizzazione sociale nello spazio e la città.

Mi laureai nel 1967, in un periodo di grandi passioni e tensioni politiche. Il mio incontro con la sociologia certamente ne risentì: da un lato mi sentivo motivato a fare qualcosa di utile in quelle circostanze, ma più che di un impegno politico diretto sentivo l’esigenza di trovare gli strumenti per comprendere cosa stesse accadendo. In quegli anni conobbi anche Filippo Barbano, che teneva corsi di sociologia all’Istituto di scienze sociali di Genova, istituzione sostenuta dal polo ligure dell’industria pubblica e da ambienti cattolici. Barbano, ordinario a Torino, insegnava a smontare e rimontare teorie sociali, e quanto agli effetti duraturi, questi erano radicati in particolare nella via d’ingresso che suggeriva: Teoria e struttura sociale di Robert Merton[4], che leggevamo nell’edizione italiana da lui curata, con una densa introduzione. Tra gli amici che studiavano all’Istituto in quegli anni incontrai Giorgio Sola, più giovane di me, che si orientò poi con successo alla scienza politica[5].

All’Istituto veniva anche da Torino Carlo Marletti, il quale mi segnalò a Giuseppe Bonazzi: lui, da poco libero docente, aveva allora sostituito Paolo Farneti nell’insegnamento di sociologia alla Scuola di amministrazione industriale, e stava progettando una ricerca sullo stato dell’organizzazione in Italia finanziata dal Cnr. Accolto da Bonazzi nella squadra di ricerca, passato l’esame e dopo un pranzo in piola dove conobbi i tomini elettrici, ottenni una borsa del Ceris (il Centro di ricerche sull’impresa e lo sviluppo della Scuola).

Così, nell’estate del 1968, mi trasferii con mia moglie Laura a Torino[6]…


Che esperienze fai a Torino?

In quei primi anni pendolavo fra Scuola di amministrazione (con qualche compito anche di assistenza all’insegnamento) e Facoltà di Scienze politiche (dove lavorava una folta schiera di sociologi). In quegli anni la Scuola era un ambiente interessante e dotato di risorse[7], in presa diretta con il Cnr, dove trovai Darko Bratina (che divenne un amico fraterno, perduto troppo presto)[8] e altri giovani ma già affermati economisti (come Giovanni Zanetti, Enrico Filippi, Gian Maria Gros Pietro). Il geniale e immaginifico Federico M. Pacces, fondatore e direttore della Scuola, dava corda a noi sociologi, usandoci per épater les bourgeois e i suoi aziendalisti. Il progetto sullo stato dell’organizzazione si concretizzò presto in una ricerca sulle condizioni e le ragioni dello stentato sviluppo in provincia di Salerno. Al gruppo si unì Salvatore Casillo, che si stava laureando a Trento.

Rimpiango che non si siano date le condizioni per un mio periodo di formazione all’estero. Quando nel 2014 ho ricevuto il titolo di Dottore di ricerca honoris causa dell’Institut d’études politiques di Parigi i miei due figli hanno commentato: “Era ora: finalmente arrivi al nostro grado di formazione!”. Ho sempre pensato, tuttavia, che l’opportunità di un lungo periodo passato a lavorare gomito a gomito, ogni giorno, con un provetto ricercatore come Bonazzi, collaborando in tutte le fasi di un’ampia ricerca sul campo, dall’esplorazione teorica al progetto, all’esecuzione, sino alla stesura di alcuni capitoli del volume conclusivo, sia stato per me l’equivalente funzionale del dottorato. Terminata e pubblicata la ricerca, il gruppo si sciolse e poco dopo trovai una borsa per il progetto sul sistema imprenditoriale italiano della Fondazione Agnelli[9].


E’ in questo periodo che prendono forma le tue prime idee sulla Terza Italia? 

In effetti è così. Il programma, diretto dall’economista d’impresa Roberto Artioli, contava sulla collaborazione di valenti specialisti di diversi ambiti disciplinari (come lo storico economico Giuseppe Are, il geografo Berardo Cori, lo statistico Ermanno Jallà, e altri ancora). Nel Rapporto finale del 1973 abbozzai un primo schema delle Tre Italie, che sarebbe poi cresciuto e diventato un libro.

Alla presentazione del Rapporto le cose non andarono del tutto lisce: ci fu chi chiese se il passaggio da una visione in due a una in tre dello sviluppo italiano non nascondesse una nuova astuzia di Agnelli, una strategia di accantonamento del Mezzogiorno; ma l’anziano, autorevole statistico Giuseppe Parenti gratificò di “ingegnoso” il modello. Fu un periodo dinamico della Fondazione, che offriva l’opportunità di incontrare scienziati sociali italiani e di altri paesi. In occasione di un seminario venne Massimo Paci, che mi regalò alla fine la copia che aveva con sé di Mercato del lavoro e classi sociali in Italia, appena pubblicato, di cui aveva parlato. A uno dei convegni conobbi anche Augusto Graziani, che poi pubblicherà nella sua innovativa antologia sull’economia italiana un articolo, scritto con Marcello Messori, che aveva come titolo La logica della piccola impresa nello sviluppo capitalistico)[10].

Quel primo periodo di Torino era però alla fine: qui avevo vissuto, con le esperienze che ho detto, quella fase della sociologia economica italiana nel crogiuolo, in cerca della sua strada nell’ambito della tradizione delle scienze sociali, che nel lavoro di molti di noi giovani mescolava in dosi diverse ingredienti marxisti e propriamente sociologici. L’equilibrio ricercato tra critica sociale e distacco analitico spesso non riusciva a districarsi all’interno delle molteplici contraddizioni, quando ancora si sentiva l’eco della dicotomia “sociologia borghese – marxismo proletario”. Presso la Fondazione Agnelli, terminato il Rapporto, avevo avuto la possibilità di continuare l’esplorazione sull’impresa minore con Marcello Messori, promettente studente seguace di Claudio Napoleoni laureatosi di lì a breve in sociologia a Trento. Con Marcello esplorammo tre distretti dell’Emilia-Romagna e, poco più tardi, a noi si aggiunse Carlo Trigilia, allora assegnista all’Università di Firenze, dove avevo ottenuto l’incarico.

Ci univa l’idea che si potevano individuare delle “problematiche dello sviluppo italiano”, le chiamavamo così, che riguardavano temi particolari, sui quali confluivano contributi provenienti da discipline diverse: nuovi termini della questione meridionale, modello di sviluppo, mercato del lavoro e classi sociali, decentramento produttivo… Ci sembrava che valesse la pena provare a capire questa movenza della ricerca, nella quale si formavano linguaggi operativi relativi agli oggetti, che si omogenizzavano intorno a un riferimento più o meno esplicito ai rapporti di produzione. Il risultato fu un libro a tre mani che uscì più tardi da Feltrinelli, nel 1978, con il titolo Le problematiche dello sviluppo italiano. L’anno precedente usciva per i tipi del Mulino Tre Italie: la problematica territoriale dello sviluppo italiano. Prende forma in quegli anni la prospettiva che orienterà il mio percorso successivo: la sociologia intesa come ponte fra prospettive disciplinari diverse e l’analisi territoriale come tipica pratica di tale prospettiva.

Non ci hai detto come arrivasti a Firenze …

Devo allora fare un passo indietro e tornare a Genova. Poco dopo la laurea, mi ferma per strada Cavalli e mi dice che avrei dovuto continuare a occuparmi di sociologia: gli dispiaceva di non avere per il momento qualche sistemazione da offrire, ma – disse – mi avrebbe tenuto a mente. L’occasione arrivò nel 1973, quando Cavalli dirigeva l’Istituto di sociologia del Cesare Alfieri di Firenze: mi offrì un incarico annuale parlando di sociologia del lavoro; gli risposi che mi suonava meglio sociologia economica… Dopo due anni di pendolarismo, nell’autunno del 1975 mi trasferii a Firenze con la mia famiglia.

Nel nuovo ambiente incontrai diversi sociologi, fra i quali, più vicini ai miei interessi, Paolo Giovannini (che già avevo conosciuto a Genova), Franca Alacevich (destinata a diventare la prima donna al timone di quella veneranda Facoltà), e Carlo Trigilia (da poco laureato, con il quale cominciò subito una collaborazione, come ho detto prima). Completai la stesura di Tre Italie, ma poi con Carlo pensammo di progettare un’ampia indagine che sviluppasse la conoscenza del singolare modello regionale di sviluppo nel quale ci si era imbattuti. Fra gli economisti era stato Giacomo Becattini a ricondurlo teoricamente all’idea di distretto industriale di Alfred Marshall, studiando la Toscana; Sebastiano Brusco faceva osservazioni analoghe in Emilia.

Come ha influito sul vostro lavoro l’incontro con gli economisti distrettualisti?

A volte era difficile distinguere il nostro dal lavoro di quegli economisti dotati di sensibilità ad aspetti sociali; provando a farlo, direi in breve che l’intenzione che maturammo si distingueva dalla loro perché questi pensavano a un’economia con la sua società, noi piuttosto a una società con la sua economia; ma era facile capirci e collaborare. Becattini avrebbe tenuto in seguito aperto un luogo prezioso di interazione con le Settimane di Artimino, nelle quali ci trovavamo a discutere anche con operatori economici e politici, e si svolgevano attività di formazione. Qui trovavo anche Enzo Rullani, già conosciuto in occasioni della Fondazione Agnelli. Come già avevo fatto in Tre Italie, il punto nuovo da considerare era per noi l’idea che una ampia area regionale – il Centro-Nord-Est – potesse nel suo insieme essere considerata come una forma emergente di sviluppo, del quale provare a costruire un modello. La cosa era interessante, perché toccava le trasformazioni post-fordiste, senza ridurle al decentramento produttivo della grande industria: era un’altra storia che si metteva in moto. In quegli anni di transizione, dopo i “Trenta gloriosi”[11] e prima della decisa svolta neoliberista, ci trovavamo su un terreno da coltivare incontrando diverse strumentazioni teoriche e direttrici di ricerca empirica, con la possibilità di selezionare e assemblare gli elementi di queste che servivano. Se all’inizio per considerare la società locale nel suo insieme si faceva vagamente riferimento ai suoi aspetti e problemi di integrazione sistemica e sociale, lo schema analitico definitivo fu più chiaro introducendo la prospettiva di diversi meccanismi di regolazione, in combinazione e tensione fra loro.

Una prima operazione di ricerca, in cui maturarono anche le ipotesi di lavoro, fu sostenuta dalla Fondazione Feltrinelli, che pubblicò i risultati in due dei suoi Quaderni. Il passo successivo fu un piano di ricerca che prese forma come indagine comparativa in due aree tipiche di Veneto e Toscana, scelte perché molto caratterizzate da un’economia diffusa di piccola impresa, nei settori più tipici in cui questa si manifestava, e in considerazione della particolarità di un sistema politico a netta e costante dominanza, l’una cattolica, l’altra comunista, una forma politica che si distingueva nettamente dal bipartitismo imperfetto del resto del paese. L’indagine sul campo era immaginata con interviste a imprenditori, operai, categorie di ceto medio, politici. Richiedeva finanziamenti adeguati, e di stabilire rapporti di fiducia con ambienti diversi, anche in tensione fra loro. L’insieme ebbe un finanziamento Cnr di base, ma l’indagine in Veneto utilizzò contributi della Regione Veneto e del Comune di Bassano; quella in Toscana fu sostenuta dall’Irpet, l’Istituto di ricerca della Regione. Fu un lungo lavoro, le rilevazioni arrivarono nei primi anni Ottanta, e la pubblicazione dei due rapporti ormai a metà del decennio[12]. Ancora dopo pubblicammo due libri in cui si sintetizzavano e teorizzavano le esperienze fatte. Non voglio dimenticare che fra i collaboratori della ricerca a un certo punto entrò anche il giovane Ilvo Diamanti.

Nel frattempo il mio rapporto con l’Università di Firenze si era chiuso, perché avevo vinto il concorso a cattedra di sociologia economica e nel 1980 ero stato chiamato a Napoli, dove rimasi due anni, riprendendo contatto diretto con il Mezzogiorno.
Qui conobbi diversi nuovi colleghi, anche se in condizioni logistiche difficili. Riccardo Scartezzini mi portò a visitare la sede appena attrezzata nel ristrutturato settecentesco Real Albergo dei Poveri, mostrandomi quello che sarebbe stato il mio nuovo ufficio; tornato a casa, il giorno dopo vidi al telegiornale che tutta la nostra ala era crollata a causa del terremoto… Fummo ospitati alla Facoltà di Economia, dove ebbi anche l’occasione per rinsaldare il rapporto con Augusto Graziani; successivamente fummo trasferiti provvisoriamente a Mezzocannone, ma nel 1982 si offrì l’opportunità di un ritorno a Torino, dove Guido Martinotti lasciava la sua cattedra di sociologia urbana perché chiamato a Milano.

E’ stato questo nuovo incarico ad offrirti l’opportunità di affrontare i temi della città e del fenomeno urbano?

Sì. Il nuovo insegnamento comportava che dovevo studiare per fare un ponte fra sociologia economica e sociologia urbana, posto però che avevo alle spalle esperienze di studi di società locale.

La cosa mi occupò negli anni successivi, mentre continuavo il lavoro di ricerca, che stava spostandosi anche in altre direzioni. D’altro canto devo dire che come mi era spesso capitato, coltiverò in quegli anni la sociologia urbana anche per vie inconsuete. Ricordo così di aver introdotto in Italia i lavori di Ulf Hannerz, facendo tradurre il suo straordinario libro fondativo dell’antropologia urbana Exploring the City[13], con un’ampia presentazione intitolata La ricerca urbana fra antropologia e sociologia nella quale notavo che Hannerz non solo ritrova l’intrico delle origini fra sociologia e antropologia, ma riconosce sovrapposizioni e sentieri che si incrociano. Osservavo poi che un confronto con Hannerz riproponeva il problema della specificità e dei confini interni, oltre che esterni, della sociologia urbana. Di seguito facevo qualche mossa riguardo a questo problema riprendendo tre influenti idee esemplari di città dei classici: la città come una specie di organismo spaziale, l’ecologia urbana di Robert Park; la città come società locale in Max Weber; la città come luogo della modernità in Georg Simmel. Consideravo poi la tradizione importante e istruttiva al riguardo degli studi di comunità, in quanto studi di società locale. Arrivavo infine a fermare le idee con il dilemma se e in che misura si sia sedimentata una teoria specifica delle società locali, oppure se il campo di studio della società locale sia formato piuttosto da un interesse particolare, che trova i suoi strumenti formali di analisi

altrove, o anche principalmente altrove. Al riguardo entrava anche in gioco la ripresa di interessi della teoria sociologica, in quegli anni, per la dimensione spaziale (Giddens, Luhmann). Forse quel dilemma è una questione di misura, di peso da dare alle due prospettive, che resta però aperto come possibile tema di ricerca. Alla fine, potremmo in effetti anche trovare che la sociologia urbana è più un particolare stile di lavoro nell’uso degli strumenti della sociologia che un corpo di teoria autonomo. Non si tratterebbe di una sociologia a-spaziale da un lato, e di una sociologia applicata al territorio, dall’altro, ma in senso pieno di una parte della sociologia. Anni dopo, non ho granché cambiato le idee al riguardo, e mi sono invece convinto di una loro implicazione. Sappiamo che la tendenza della sociologia a differenziarsi in molte direzioni corre il rischio di incomunicabilità fra le diverse specializzazioni. Proprio per quanto detto, mi sono convinto che gli studi di sociologia urbana e regionale costituiscano un ambito strategico di lavoro per contrastare queste derive dissolventi, al quale affidare compiti importanti per mantenere unita la ricchezza della tradizione sociologica.

Torniamo al tuo rientro all’Università di Torino, negli anni Ottanta…

La sociologia che ritrovavo a Torino faceva capo al Dipartimento di Scienze sociali, da poco istituito. Con i padri fondatori, Filippo Barbano e Luciano Gallino, fra i colleghi più vicini alle mie specializzazioni c’erano Anna Anfossi, Giuseppe Bonazzi, Angelo Pichierri, Massimo Follis, Adriana Luciano, Sergio Scamuzzi, Luisa Bianco e Nicola Negri, con il quale attivai una stretta collaborazione; ma, in una cerchia di specialismi più larga, ebbi poi maggiori frequentazioni con Franco Ferraresi, Franco Rositi, Lorenzo Fisher, Paolo Almondo, Loredana Sciolla, Gian Antonio Gilli, Maria Carmen Belloni… mi fermo perché la lista dovrebbe essere lunga, comprendendo altri docenti e ricercatori di grande caratura (come Franco Garelli, che quando arrivai, se non sbaglio, era ancora ricercatore). Il Dipartimento contava oltre 70 colleghi, sociologi, ma anche antropologi e politologi. Era dunque un buon posto per lavorare, e del Dipartimento divenni anche il secondo direttore, quando Barbano terminò il suo mandato. Nel tempo, le nostre risorse di discipline non sociologiche si ridistribuirono in altri Dipartimenti: sempre più si trattava dunque di un Dipartimento di Sociologia, e anche fra i sociologi ci furono alcune trasmigrazioni in un Dipartimento composito, al seguito di Gallino, che aveva la sua cattedra alla Facoltà di Magistero.

Si trattava per me al tempo stesso di coltivare l’analisi urbana e di riadattarmi a Torino e ai suoi cambiamenti. Dopo che un gruppo di lavoro del Dipartimento raccolse e ordinò una bibliografia ragionata di studi su economia, politica e società torinese (una quantità sorprendente di lavori!) mi decisi ad applicare in un ambiente locale così diverso la prospettiva centrata sui meccanismi di regolazione dell’economia che avevamo messo a punto per l’analisi dei sistemi locali in Veneto e Toscana.  Naturalmente si trattava di combinazioni diverse di meccanismi da considerare, altra era la realtà alla quale dare forma, e per l’analisi si doveva fare riferimento ad altri ambiti di letteratura. L’esito fu Torino: Un profilo sociologico, edito da Einaudi nel 1986. Si trattava di un’ipotesi interpretativa, sorretta da alcuni riscontri empirici e di letteratura, ma mi trovavo nella circostanza di aver messo a fuoco sia un caso idealtipico di città del fordismo in crisi, sia l’emergenza dei distretti post-fordisti: una specie di esperimento.

Il libro fu un riferimento per molta discussione nella società locale, che cresceva con l’apporto di figure diverse dell’imprenditoria, del sindacato, del mondo della ricerca, non solo universitaria, e di altre realtà associative. Mi trovai in seguito nella condizione di partecipare agli sviluppi del rinnovamento urbano, sino a impegnarmi, anni dopo, all’elaborazione del primo piano strategico della città, che si ispirava a simili modelli di gestione dello sviluppo in città europee. Quello fu il mio punto massimo di avvicinamento alla politica, ad un impegno più diretto nell’elaborazione di una policy. Un’esperienza per qualche aspetto analoga fu in anni successivi l’impegno di accompagnamento degli Stati generali del Piemonte, nelle diverse province, un’iniziativa del Consiglio regionale: in ogni provincia, l’apertura di una giornata di pubblica discussione si apriva con un profilo socioeconomico che preparavo con Rocco Sciarrone. Ma non voglio dimenticare la mia partecipazione alle attività dell’Istituto Gramsci piemontese, del quale divenni anche presidente in anni difficili di sopravvivenza finanziaria.

Quali reputi le tue esperienze internazionali di ricerca più significative?

Rispetto a molti colleghi le mie frequentazioni fuori d’Italia sono piuttosto inconsuete. Non sono andato all’estero nel periodo della formazione, bensì a partire dagli anni Ottanta, quando mi sono trovato con qualcosa da offrire, o forse con qualcosa di richiesto. Il caso dell’Italia interessava infatti molti, per quelle che apparivano come anomalie rispetto ad altri paesi: se in anni precedenti era stata sotto osservazione di scienziati sociali provenienti da fuori come il paese con la più grande e omogenea area di sottosviluppo, o per la presenza del più grande partito comunista dell’Occidente sviluppato, ora una novità era rappresentata dagli inediti adattamenti post-fordisti. Il ritorno della piccola impresa e i vari modi dell’economia informale si annunciavano peraltro anche in altri paesi, in forme e dosi diverse.

Soggiorni e trasferte furono soprattutto in Francia, come professore invitato all’ Ecole des hautes études (su invito di Ignacy Sachs), alla Maison des sciences de l’homme (dove a un certo punto Maurice Aymard mi chiese anche di far parte del comitato internazionale di controllo), soprattutto in occasioni continuative all’Institut d’études politiques. Qui ci fu per anni un’intensa collaborazione con Henri Mendras, e con i colleghi e gli apprendisti del suo laboratorio sul cambiamento sociale, fra i quali Marco Oberti (fui correlatore della sua tesi sulla sociologia italiana sostenuta a Nanterre) e Patrick Le Galès. Patrick fu arruolato nella squadra quando con Mendras e Vincent Wright sviluppammo per diversi anni l’Osservatorio del cambiamento in Europa Occidentale, attrezzato a Poitiers nel 1990; che prevedeva un paio di incontri annuali di alcuni giorni, su differenti temi in ottica comparata, al quale era invitato un gruppo di sociologi di diversi paesi, i quali si impegnavano poi a preparare un libro. La collezione, pubblicata in Inghilterra e Francia (in piccola parte anche in Italia, da Liguori), raggiunse una quindicina di volumi[14].

Fra le diverse esperienze di allora, in qualche modo collegate, ricordo un convegno a Parigi su Convergenze e divergenze in Europa, che dette luogo alla pubblicazione di un libro uscito da Gallimard col bel titolo Six manières d’être européens (con scritti, tra gli altri, di Mendras, Dominique Schnapper, Alain Touraine, Victor Perez-Diaz, Sergio Romano, Wolfang Zapf). Io naturalmente avevo parlato di Tre Italie…  Nella prima metà degli anni Ottanta ho fatto parte del Joint Commettee on Western Europe del Social Science Research Council di New York, di cui era responsabile Philippe Schmitter, che lavorò sul tema Experimenting with Scale.

Più tardi, a fine secolo, un’altra per me significativa occasione fu una ricerca gestita da Olivier Zunz, sostenuta dalla Russel Sage Foundation e da altre istituzioni (i risultati furono pubblicati nel 2002 con il titolo Social Contracts under Stress: the Middle Classes of America, Europe, and Japan at the Turn of Century). Si stavano definendo allora mie nuove direzioni di ricerca, ma su altre interessanti occasioni precedenti all’estero, ricordo ancora un memorabile convegno tenuto a Recife nel 2000 in onore di Celso Furtado sull’esperienza della Sudene, l’agenzia per lo sviluppo del Nordest da lui creata (svolsi una relazione sul tema La teoria dello sviluppo e il caso italiano). Ricordo anche due viaggi con altri colleghi in Argentina e Brasile organizzati dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, con lo scopo di far conoscere e discutere lo stato delle scienze sociali in Italia e le condizioni del Paese. Frequenti sono poi stati i rapporti in Spagna con i sociologi del lavoro della Complutense di Madrid, in particolare con Juan José Castillo, fondatore di Sociologia del trabajo, rivista alla quale da allora collaboro.

Come avviene invece il tuo incontro con Stato e Mercato?

Si tratta di un’esperienza per me davvero cruciale sul piano scientifico. Un gruppo di economisti, politologi, giuristi e soprattutto sociologi, dopo alcuni incontri preparatori, arrivò a definire orientamenti e dispositivo di una rivista, in una prospettiva di indagine che sembrava non ancora praticata in Italia. La rivista fu accolta dal Mulino. Il primo numero uscì nel 1981, all’inizio cioè di un decennio in cui alla crisi dei contratti sociali del dopoguerra fece seguito la de-regolazione neoliberista. Proprio questo passaggio stimolava nuovi orientamenti di ricerca, in particolare a sociologi dell’economia. Il gruppo originario comprese subito giovani ricercatori italiani e affermate figure note in ambito internazionale. Alessandro Pizzorno fu il più influente tramite sia con la tradizione precedente, che con l’ambiente americano e europeo. Fra i primi riferimenti e collaboratori internazionali si trovavano Peter Lange, Suzanne Berger, Giovanni Arrighi, Colin Crouch, Charles Mayer, Claus Offe, Michael Piore, Sidney Tarrow, Philippe Schmitter e diversi altri political economist di primo piano. Primo direttore fu Massimo Paci, con un comitato di direzione che, oltre me, comprendeva Marzio Barbagli, Sabino Cassese, Gian Primo Cella, Carlo Donolo, Alberto Martinelli, Gianfranco Pasquino, Antonio Pedone, Angelo Pichierri, Marino Regini, Emilio Reyneri, Michele Salvati, Giulio Sapelli, Carlo Trigilia, Vittorio Valli.

Nel corso del tempo la rivista ha toccato temi come l’impatto dei sistemi di rappresentanza degli interessi sulle politiche pubbliche, le varietà di capitalismi osservati comparativamente, il funzionamento dei diversi sistemi di welfare-state, le radici sociali dell’innovazione economica. Si trattava di un percorso che privilegiava la ricerca empirica, orientata da strumenti teorici provenienti da filoni disciplinari diversi, ai quali pure contribuiva. Per questa via accompagnava una tendenza internazionale di ridefinizione della political-economy contemporanea, in ottica comparativa. Adesso non mi dilungo sulla natura e gli sviluppi dell’esperienza…[15] Molti negli anni si sono aggiunti fra i collaboratori e una nuova generazione ha assunto oggi la responsabilità della rivista; si confronta con la tenuta della possibile regolazione economica e sociale (il marchio della rivista) in epoca di avanzata globalizzazione e finanziarizzazione, in un contesto complessivo di disordine e crisi, più difficile di quello in cui avevamo lavorato noi all’inizio. Per quanto mi riguarda, ho trovato nell’ambiente di Stato e Mercato decisive risorse conoscitive e di metodo, e sono fra chi a provato a comprendere nei quadri interpretativi della regolazione anche lo specifico della regolazione urbana e regionale.

Avendo parlato di Stato e Mercato conviene qui aggiungere un rapporto di lunga data più generale con Il Mulino, anche questo per me di grande significato: non solo ho pubblicato con la casa editrice molta parte dei miei libri, ma sono stato accolto nell’Associazione, ho frequentato le assemblee e in tempi diversi ho svolto attività nel suo Consiglio direttivo e nel Comitato editoriale. Sono lieto di aver partecipato per lungo tempo a questa singolare impresa culturale collettiva…

Una casa editrice che ti ha chiesto anche di scrivere degli importanti manuali di sociologia. E questo solleva il tema della didattica: quanto è stata importante questa dimensione nella tua esperienza di sociologo accademico?

Il lavoro realizzato con Cavalli e Barbagli su sollecitazione della casa editrice Il Mulino, per la pubblicazione di un manuale di sociologia è cresciuto tra continui confronti di verifica tra noi, sia nella stesura dei singoli capitoli, sia dell’insieme che prendeva forma. Proprio per sottolineare questa opera di unificazione dell’opera e dei linguaggi decidemmo di non indicare gli autori dei capitoli, come invece si usa fare. Una delle idee di base era che si dovesse trattare di un manuale ‘italiano’, nel senso che dovesse rispecchiare argomenti di rilevanza particolare per il nostro Paese, e temi della sociologia internazionale visti dalla prospettiva della sociologia come era cresciuta in Italia.

La didattica è sempre un po’ anche attività di ricerca: chi di noi non si è accorto, proprio preparando una lezione, che gli argomenti dei quali era sicuro alla prova dell’aula apparivano molto meno chiari e precisi, richiedendo una ridefinizione? La didattica resta in ogni caso, oltre alla ricerca, l’altra attività fondamentale della professione accademica. Per quanto mi riguarda, mi è sempre piaciuto insegnare, anche se a volte in condizioni difficili, e ho dedicato a questo molto tempo. Un’idea che mi sono fatto, e che vorrei comunicare, è che se l’autonomia dell’insegnamento è un grande valore irrinunciabile, incrociare e dare forma complessiva ai contenuti e metodi formativi di docenti diversi, eventualmente anche in tensione fra loro (cosa della quale pure farsi carico) è un valore altrettanto importante, spesso disatteso. Credo che nell’onorare insieme i due valori tutti noi siamo portati a sottovalutare il secondo rispetto al primo, qualche volta anche rubricando sotto la voce libertà di insegnamento altre cose.

Ho avuto esperienze di insegnamento in università e istituzioni diverse, di diverso contenuto e livello: da affollati corsi introduttivi, a corsi specialistici, a dottorati… Per affinare la sensibilità didattica, ma non solo, la varietà di esperienze è molto utile, specie quelle all’estero. Per il Corso di laurea specialistica (ora magistrale) in sociologia di Torino progettammo coi colleghi delle quattro Facoltà dove si insegnava sociologia nel triennio (Scienze politiche, Lettere, Magistero, Economia) un’offerta formativa solo e strettamente di tipo sociologico, che però si innestava su una gamma prevista molto ampia di percorsi triennali, di studenti provenienti da facoltà diverse. Il primo anno accademico di attivazione fu il 2002-2003: si trattava dunque di una sperimentazione precoce della nuova legislazione, con tutti gli inciampi e le inesperienze del caso. Nella proposta si incardinava anche un punto di metodo, vale a dire l’idea che la sociologia, come disciplina orientata ad applicare canoni del metodo scientifico allo studio in generale delle relazioni e interazioni sociali, ha dato le sue prove migliori quando è stata capace di mantenere insieme preciso rigore disciplinare e capacità di dialogo interdisciplinare. Quanto allo sviluppo di capacità professionali, ne discendeva l’opportunità di sperimentare diversi percorsi formativi in funzione di un mercato del lavoro molto differenziato e mutevole come quello contemporaneo. Potevano dunque iscriversi, senza debiti formativi, studenti provenienti da percorsi più vicini, ma anche, con pochi debiti, da altri percorsi. Il primo anno accademico di attivazione fu il 2002-2003: si trattava dunque di una sperimentazione precoce della nuova legislazione, con tutti gli inciampi e le inesperienze del caso. Il corso ebbe una grande affluenza in quei primi anni in cui le lauree specialistiche erano ancora poche; presto le condizioni sarebbero cambiate, anche perché un orientamento aperto come il nostro entrava in tensione con quello più specifico e più direttamente professionalizzante proposto dai molti altri corsi offerti. A queste nuove condizioni si è adattato in seguito il corso, ancora attivato.

Devo però dire del passaggio alla Facoltà di Lettere. L’occasione immediata fu il pensionamento di Anna Anfossi, che aveva tenuto con grande rigore la cattedra di sociologia per molti anni in quella Facoltà. Era stata Anna a sollecitarmi e a proporre la mia candidatura. Per parte mia, avevo da qualche tempo maturato il desiderio di un insegnamento di sociologia generale, legato anche al fatto che coltivavo, da qualche anno, rinnovati interessi alla teoria e al metodo sociologico. Passai dunque alla nuova Facoltà nell’anno accademico 1996-1997, e qui rimasi sino al pensionamento a novembre 2010. In realtà posso forse dire che diversi miei lavori si sono mossi fra teoria e ricerca; penso, per esempio così di Tracce di comunità: temi derivati da un concetto ingombrante, o di Società fuori squadra: come cambia l’organizzazione sociale. Considerati insieme, li penso come una riproposta della vecchia dicotomia comunità-società.

Sono poi particolarmente affezionato a Prima lezione di sociologia, pubblicata nel 2007 nella collana delle “prime lezioni” di Laterza, dove l’editore sollecita chi scrive a rendere soprattutto, e non solo a specialisti della materia, quella che a lui sembra la cifra di una disciplina[16]. Non sono un teorico, o uno storico della sociologia. Penso piuttosto di aver provato a tenere insieme in mano filo della teoria e filo della ricerca, intrecciandoli in lavori con i quali provavo a tessere qualche conoscenza del cambiamento sociale. Ciò è anche evidente, credo, nel lavoro che mi ha impegnato nell’ultimo decennio. Il sostegno per questo è venuto dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, uno degli eredi del mitico Cospos dei primordi della rinascita sociologica in Italia, che – con alterne fortune – è giunto sino a oggi promuovendo ricerche per sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni politiche su temi giudicati rilevanti per la modernizzazione del Paese. Si è trattato di un programma di studio che ha interessato ricercatori di diverse università, che con ricerche autonome ma coordinate hanno affrontato la “Questione del ceto medio”, ovvero la crisi delle classi medie alla fine del secolo. L’intreccio fra interessi teorici e di ricerca empirica si ritrova nei volumi pubblicati, dedicati alla costruzione del ceto medio nell’opinione pubblica e in politica, agli aspetti generazionali della questione, alle trasformazioni del lavoro indipendente, ai consumi e allo stile di vita. Per parte mia avevo curato un libro collettivo iniziale sul perché e come occuparsi di ceto medio, e tenuto poi il coordinamento dell’insieme[17].

Su cosa stai lavorando adesso?

Ho finito da poco la stesura di un volume dove ho provato a tracciare, con riferimento a studi precedenti, ad altri miei lavori e all’esperienza di cui ho appena detto, un “racconto analitico” (l’ho chiamato così) del cambiamento sociale dopo la guerra, con una nota anche sull’Italia. Posso dare un’idea di cosa intendo per intreccio di lavoro teorico e empirico riferendo del perché ho deciso di occuparmi nell’ultimo decennio di crisi del ceto medio e di come questo interesse si riallacci a percorsi precedenti, ritrovati come momenti analitici del cambiamento sociale. Il volume ha per titolo La questione del ceto medio, ma in realtà il suo senso vero sta nel sottotitolo: Un racconto del cambiamento sociale.

Il fenomeno di fine secolo del titolo si può pensare come oggetto di ricerca empirica su un nuovo problema emergente, ma anche come segnale di profonde trasformazioni di stratificazione sociale, e infine anche – la cosa più interessante – come rivelatore della crisi dei modelli di regolazione economica e sociale originati dai contratti sociali del dopoguerra, che avevano considerato come tipica base sociale degli interventi un ceto medio baricentro della struttura sociale. Si tratta dunque di un tema, come dire, denso, una specie di condensatore analitico del cambiamento sociale, come dicevo vero tema del libro. Lo squeezing del ceto medio è oggi l’altra faccia delle correnti di polarizzazione sociale, di cui anche si parla nel libro. La vera natura dell’oggetto del libro, del resto, è evidente nella parte conclusiva, dedicata al gioco del rischio e della regolazione per le società del capitalismo contemporaneo, alla perdita di capacità di controllo e alle prospettive di un loro recupero.

Dati di ricerca e irruzioni in ambienti teorici diversi, in particolare stratificazione sociale e political economy comparata, sono andati di pari passo nel lavoro, fornendo anche l’occasione di mostrare come le due tradizioni teoriche diverse si sono in gran parte reciprocamente ignorate, perdendo occasioni conoscitive. Eppure era una originaria intuizione weberiana: ingranare la matrice istituzionale e le basi sociali della regolazione del capitalismo. In realtà, c’è molto da lavorare sulle basi sociali della regolazione, perché la stratificazione per certi aspetti sembra semplificarsi, ma in realtà sta molto complicandosi.

Ho parlato già troppo… aggiungo solo che dal 2002 ho la fortuna di poter frequentare un nuovo ambiente, l’Accademia Nazionale dei Lincei, dove si incontrano maestri e colleghi di discipline diverse, in una gamma ampia di occasioni di conoscenza e discussione, e dove anche trovo occasioni di impegno in qualcuna delle numerose attività.

Ancora una domanda: quali, a tuo avviso, i temi di ricerca su cui i sociologi italiani dovrebbero confrontarsi?

Sebbene in qualche caso possa anche essere utile, nel parlare di sé stessi – come ho appena fatto – c’è sempre inevitabilmente qualcosa d’inverecondo… Per fare ammenda bisogna almeno evitare di cadere nella trappola delle prediche ai giovani: solo loro sono in grado eventualmente di trovare e selezionare consigli! Lo dico anche perché nella mia esperienza ho avuto l’enorme fortuna di lavorare con bravi ricercatori più giovani di me, dai quali ho appreso molto, da quanto mi raccontavano, o cercando insieme…

Mi contraddico subito, non so resistere ad un’ultima aggiunta – del resto, Unended Quest (Popper): suggerisco loro di osservare con attenzione l’ultima foto qui proposta, perché cela una straordinaria e inattesa ipotesi di ricerca (svelata nelle note mostrate sotto, ndr) !


Foto e immagini

Foto 1: la copertina del volume di C. Wright Mills Sociological Imagination.

Foto 2: una foto il gruppo di ricerca del Ceris nel 1969, durante il periodo di rilevazione (da sinistra: Bagnasco, Casillo, una segretaria e Bonazzi, che dirigeva la ricerca).

Foto 3: la copertina del volume che conclude la ricerca Industria e potere in una provincia meridionale (L’impresa edizioni, 1972), dove l’indagine empirica nel salernitano è portata avanti in polemica con le interpretazioni “culturaliste” dell’arretratezza meridionale, facendo riferimento al meridionalismo classico e alle teorie della dipendenza di quegli anni.

Foto 4: un manifesto pubblicitario della Fiat 600 di Felice Casorati con una panoramica notturna della città di Torino; la copertina del volume Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano (Il Mulino, 1977), definita da Bagnasco «più che una fotografia dell’Italia, una sua caricatura, un ritratto caricato», rispondente all’adozione di una concezione classica della sociologia come produttrice di modelli per orientare l’analisi della variabilità concreta.

Foto 5: le copertine del Rapporto di ricerca 1973 sul sistema imprenditoriale italiano (Fondazione Agnelli, ciclostilato) e del volume Le problematiche dello sviluppo italiano (Feltrinelli, 1978).

Foto 6: Firenze, aprile 1979, nel giardino di casa si discute di problematiche dello sviluppo italiano, con Marcello Messori, Carlo Trigilia, Franca Alacevich, sorvegliati da Matteo; dalle premesse di ricerca di questi anni nascerà successivamente la ricerca comparata realizzata da Bagnasco e Trigilia in Veneto e Toscana, che produrrà diversi contributi e, come sintesi finali Grandi partiti e piccole imprese (Trigilia, 1986) (Foto 7) e La costruzione sociale del mercato (Bagnasco, Il Mulino, 1988).

Foto 8: un’immagine dello scalone della Minerva nell’ingresso di via Mezzocannone del Palazzo dell’Università di Napoli Federico II, dove Bagnasco ha insegnato (foto: D. Pizzo).

Foto 9: Bagnasco relatore al I congresso di sociologia del territorio dell’Ais (Grosseto, 1985), con Franco Martinelli e Achille Ardigò.

Foto 10: la copertina del volume di Ulf Hannerz Exploring the City. Inquiries Toward an Urban Anthropology (Columbia University Press, 1983).

Foto 11: le copertine di altri due volumi di Bagnasco, Cities in Contemporary Europe, curato con P. Le Galès (Cambridge University Press, 2000) e Sociétés urbaines et nouvelle économie (con C. Courlet e G. Novarina, L’Harmattan, 2010).

Foto 12: le copertine di alcuni volumi di Bagnasco legati alle sue ricerche torinesi: Classi, ceti, persone: esercizi di analisi sociale localizzata (con N. Negri, Liguori 1994); Torino: un profilo sociologico (Einaudi, 1986), La città dopo Ford (Bollati Boringhieri, 1990), volume curato da Bagnasco che raccoglie saggi di C. Antonelli, G. Bonazzi, L. Gallino, L. Mazza, A. Michelsons, nati da un ciclo di seminari aperti al pubblico; Torino 011. Biografia di una città (con C. Olmo, Electa, 2008).

Foto 13: maggio 1994, gita a Versailles durante uno dei primi soggiorni di lavoro a Parigi (con la moglie Laura, Paola Vinay e Massimo Paci).

Foto 14: una foto dalla cerimonia di assegnazione del titolo di Dottore honoris causa presso l’Institut d’études politiques (Parigi, 21/1/2014), con Marco Oberti, Patrick Le Galès ed Edmond Préteceille.

Foto 15: cena durante una riunione del Committee on Western Europe, SSRC a Lisbona, nell’ottobre del 1983 (in primo piano, Peter Gurevitch e Charles Sabel); alla riunione del programma Social contracts under stress: The Middle Classes of America, Europe, and Japan at the Turn of the Century (Tokio, giugno 1999).

Foto 16: la copertina del primo numero della rivista Stato e Mercato (aprile 1981), contenente due saggi programmatici che avranno eco: Ciclo politico e onde lunghe. Note su Kalecki e Phelps Brown (di Michele Salvati).

Foto 17: la copertina della III edizione aggiornata del 2012 (la I è del 1997) del manuale del Mulino Corso di sociologia di Bagnasco, Barbagli e Cavalli (più noto tra gli studenti e i docenti di sociologia come “il BBC”).

Foto 18: una foto con tre generazioni di sociologi della scuola torinese, nel gennaio 2012 (da sinistra, nella fila in alto: Nicoletta Bosco, Elena Lanfranchini, Marianna Filandri, Filippo Barbera, Elena Sinibaldi, Luca Storti; Lidia Negri con Bagnasco; fila al centro: Nicola Negri, Antonella Meo e Rocco Sciarrone; fila in basso: Giovanni Semi, Davide Donatiello, Valentina Moiso, Joselle Dagnes).

Foto 19: copertina del volume Società fuori squadra: come cambia l’organizzazione sociale (Il Mulino, 2003).

Foto 20: copertina del volume La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale (Il Mulino, 2016).

Foto 21: Estate del 2011: «Come sostiene Bourdieu, le attività del tempo libero poco costose e più austere sono aspetti tipici dell’aristocratismo ascetico degli intellettuali – dice Bagnasco commentando la foto – Per strada, l’attenzione più allargata al cambiamento sociale fa incontrare temi teorici diversi sui quali diventa necessario confrontarsi».

Foto 22: Valle della Clarée, marzo 2015, con C. Trigilia e F. Alacevich: «La foto è istruttiva per due aspetti – commenta Bagnasco – Anzitutto conferma, anche per la stagione invernale, il risultato di Bourdieu sull’aristocratismo ascetico degli intellettuali (come si evince dalla severa e meno costosa disciplina sportiva praticata, lo sci di fondo); inoltre, attraverso un confronto con la precedente foto fiorentina (Foto 6) permette di formulare un’ipotesi a tutta prima sorprendente, ma per niente banale: quella di una connessione fra cambiamento sociale e cambiamento dei suoi analisti. Ipotesi da approfondire in molte direzioni…».

Note al testo:

[1] C. Wright Mills, Images of Man, George Braziller, Inc., New York, 1960 (trad. it. Immagini dell’uomo: la tradizione classica della sociologia, Edizioni di Comunità, Milano, 1963); The Sociological Imagination, Oxford University Press, New York, 1959 (trad.it.: L’immaginazione sociologica, Milano, Il Saggiatore, 1962). Commenta Bagnasco durante l’intervista: «Mills parla dell’immaginazione sociologica come di una particolarità della mente: chi la possiede è capace di fare un certo ordine nell’ambiente sociale che lo circonda, di percepire l’ordito della società e la trama tessuta su questo da uomini e donne (che spesso si fanno un’idea falsa della loro posizione); è in grado di riconoscere la sua posizione come simile a quella di altre categorie di persone, con le quali condivide problemi e prospettive; riesce a distinguere difficoltà personali, circoscritte all’ambiente immediato e in questo affrontabili, da problemi pubblici, che nascono nella più grande organizzazione della società e nel funzionamento delle sue istituzioni. Tale capacità di connettere questioni private a problemi pubblici, comprendendone la ragioni, è l’essenza dell’immaginazione sociologica. Per Mills, in sostanza, l’immaginazione sociologica è la capacità di comprendere come la società è fatta e funziona, nell’ambiente prossimo e più generale, perché diventi possibile vivere con consapevolezza e, in certa misura almeno, autodeterminazione. Da questo punto di vista la sociologia è, dalle origini, un sistematico produttore di immaginazione sociologica».

[2] T.Parsons, The Structure of Social Action, 1937; II ed.: The Free Press, Glencoe, Ill.,1949 (trad. it. , La struttura dell’azione sociale, Bologna, Il Mulino, 1962).

[3] Una sintesi del lavoro fu poi pubblicata da Paolo Farneti con il titolo Il partito che controlla Polidia nell’antologia sul sistema politico italiano da lui stesso curata (Il sistema politico italiano, Bologna, Il Mulino, 1973).

[4] R.K. Merton, Social Theory and Social Structure, Glencoe, Ill., I ed. 1949, The Free Press, 1957 (trad. it. Teoria e struttura sociale, Bologna, Il Mulino, 1959, 1966). Nella sua introduzione all’edizione del 1966 (intitolata R.K. Merton e le analisi della sociologia) Barbano sottolinea il valore formativo dell’opera: «Ben più di un trattato di sociologia e ben altro di un ponderoso sistema di concetti, Teoria e struttura sociale è una palestra nella quale lo studioso può seguire passo passo e non scolasticamente il modo di fare la ricerca; di definire termini e concetti propri; di analizzare e rielaborare concetti altrui; di impostare un problema; di verificare e connettere i risultati empirici; di leggere criticamente i testi di teoria e ricerca; di definire ed analizzare le parole ed il linguaggio» (Ibid, p.LIII). «Barbano aveva certamente ragione», chiosa Bagnasco «e a me piace pensare Merton come un grande maestro artigiano, che con pazienza e precisione immagina e costruisce da sé gli attrezzi di cui si trova ad aver bisogno per proseguire nel suo lavoro, tenendoli in buona efficienza e pensandone sempre di nuovi per nuovi lavori che non si stanca di immaginare. Per la buona ricerca sociologica sono necessarie sia una ricca scatola di attrezzi teorica, sia una particolare abilità coltivata nell’adoperarli».

 [5] Giorgio Sola (1946-2007) è stato titolare della cattedra di scienza politica presso l’Università di Genova, dove insegnava anche sociologia; è autore di numerosi lavori teorici e di ricerca in particolare sulla tradizione élitista, e dell’autorevole Storia della scienza politica: teorie, ricerche e paradigmi contemporanei, La nuova Italia scientifica, Roma, 1996.

[6] Come noto, Torino, Genova e Milano, sono stati i vertici del “triangolo industriale” ai tempi del miracolo economico italiano. Precisa Bagnasco durante l’intervista: «Per economia e società Torino era la città fordista della grande produzione di automobili, ma anche città più in generale industriale per la presenza di altre importanti attività. A metà degli anni ’70 evoca ancora il modello della One Company Town: il solo stabilimento di Mirafiori occupava oltre 60.000 dipendenti, e gli addetti alla Fiat (considerando anche la produzione siderurgica, di autocarri, di motori, motori di aviazione, macchine utensili) arrivavano a oltre 135.000 nella sola area torinese (quasi quanto la popolazione di città come Perugia e Ravenna allora). La crescita industriale aveva comportato una forte immigrazione: l’apice è stato toccato nel 1961 con la cifra di oltre 84.000 arrivi (tanto da far designare Torino “la seconda più grande città meridionale d’Italia”). Ricordo che J.K. Galbraith lasciò interdetto l’uditorio torinese quando ad un seminario esordì dicendo che le grandi città industriali sembrano attraenti solo ai sociologi dell’industria. In effetti, non pochi erano i problemi di cui questi ultimi potevano occuparsi: l’autunno caldo del 1969 ebbe a Torino un epicentro del conflitto sociale che avrebbe accompagnato la crisi della società industriale».

[7] La Scuola di amministrazione industriale è stata fondata nel 1957 per sviluppare ricerca e formazione imprenditoriale e manageriale. Nel 1974, integrata nel sistema universitario nazionale, ha cambiato la sua denominazione in Scuola di Amministrazione Aziendale dell’Università degli Studi di Torino. Negli anni ’60 e ’70 comprendeva nella sua sede il Ceris, Centro ricerche sull’impresa e lo sviluppo, successivamente costituito come istituto di analisi e ricerca del Cnr dedicato allo studio dell’economia applicata e dell’impresa. In quegli anni la Scuola pubblicava una collana di volumi di ricerca e due riviste: L’impresa e Ratio.

[8] Darko Bratina (Gorizia 1942 – Obernai 1997), laureato in sociologia a Trento, è stato docente di sociologia economica all’Università di Trieste. Ha dedicato anche una particolare attenzione alla cinematografia come strumento di conoscenza e promozione interculturale. Impegnato in politica a sostegno della comunità slovena in Italia, è stato senatore della Repubblica e membro dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

[9] La fondazione Giovanni Agnelli è un istituto di cultura e di ricerca nel campo delle scienze umane e sociali, fondato nel 1966 dalla Fiat e dall’Ifi, per ricordare il centenario della nascita del senatore Giovanni Agnelli. Lo scopo statutario è approfondire e diffondere la conoscenza delle condizioni da cui dipende il progresso dell’Italia in campo economico, scientifico, sociale e culturale. Promuove ricerche e organizza attività orientate a tale scopo, contribuendo alla definizione di policies, in dialogo con la società civile e le istituzioni pubbliche. A seconda dei periodi i temi di cui si è principalmente occupata si sono diversificati, seguendo i tornanti del cambiamento economico e sociale globale; dal 2008 ha concentrato l’impegno sul tema della formazione: scuola, università, lifelong learning.

[10] A. Graziani, L’economia italiana dal 1945 a oggi, Bologna, Il Mulino, 1972 (nuova ed. 1979).

[11] L’espressione “Trente glorieuses” è stata introdotta dall’economista Jean Fourastié per indicare il periodo di circa trent’anni di eccezionale e continuo sviluppo francese dopo la II guerra mondiale. Un simile periodo di crescita riguardò però l’insieme delle economie avanzate; nei paesi di lingua inglese si parla di una “Golden Age”.

[12] Le principali pubblicazioni esito del progetto di ricerca sono le seguenti: A. Bagnasco e R. Pini, Sviluppo economico e trasformazioni sociopolitiche dei sistemi territoriali a economia diffusa: Economia e struttura sociale, Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 14, 1981; C. Trigilia, Sviluppo economico e trasformazioni sociopolitiche dei sistemi territoriali a economia diffusa: Le subculture politiche territoriali, Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 16, 1981; A. Bagnasco e C. Trigilia (a cura di), Società e politica nelle aree di piccola impresa: Il caso di Bassano, Venezia, Arsenale Editrice, 1984; A. Bagnasco e C. Trigilia (a cura di), Società e politica nelle aree di piccola impresa: Il caso della Valdelsa, Milano, Franco Angeli, 1985; C. Trigilia, Grandi partiti e piccole imprese: comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, Bologna, Il Mulino, 1986; A. Bagnasco, La costruzione sociale del mercato: Studi sullo sviluppo di piccola impresa in Italia, Bologna, Il Mulino, 1988; A. Bagnasco e C. Trigilia, La construction sociale du marché, Parigi, Ed. de l’Ecole Normale Supérieure de Cachan, Paris, 1993.

[13] U. Hannerz, Exploring the City. Inquiries Toward an Urban Anthropology, New York, Columbia University Press, 1980 (trad. it. Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Bologna, Il Mulino, 1992). Il libro è una proposta di definizione dell’antropologia urbana basata sulla ricostruzione storica di un ambito di ricerca che via via prendeva forma, e ora, a posteriori, riconoscibile come specializzazione disciplinare.

[14] Tra i curatori degli incontri e dei relativi volumi ricordiamo: B. Lewis e D. Schnapper (Mussulmani in Europa), R. Dore, R. Boyer,e Z. Mars (Le politiche dei redditi), O. Benoit-Guibot e D. Gallie ( La disoccupazione di lunga durata), J. Elster e N. Herpin (L’etica delle scelte mediche), A. Cavalli e O. Galland (L’allungamento della giovinezza), V. Wright e S. Cassese (La ricomposizione dello Stato in Europa), C. Crouch e W. Streeck (I capitalismi in Europa), D. Della Porta e Y. Mény (Democrazia e corruzione in Europa), M. Gullestad e M. Segalen (La famiglia in Europa).

[15] Uno schizzo della storia di Stato e Mercato è stato presentato da Carlo Trigilia nel 2014, in occasione del numero 100 della rivista.

[16] Bagnasco aggiunge al riguardo questo commento: “Pensata all’inizio come un’unica scienza sociale, nell’ambiente affollato di progetti scientifici specializzati in cui si è subito trovata, la sociologia si è mossa individuando differenti tipi di adattamento. E’ rimasta però una sua vocazione a fare da ponte fra prospettive differenziate; a individuare punti di vista che lo permettessero; a restituire immagini ricomposte della società; a criticare modelli di altre scienze sociali diventati troppo autoreferenziali, senza spessore sociale. Le teorie che hanno cercato di rispondere a questa vocazione costituiscono la sociologia come scienza generale, se non più unica, della società. Questo è stato il punto di partenza per cercare la cifra”.

[17] La serie completa delle pubblicazioni del programma Css comprende cinque volumi, tutti editi dal Mulino: A. Bagnasco (a cura di), Ceto medio: Perché e come occuparsene (2008); N. Negri e M. Filandri (a cura di), Restare di ceto medio: Il passaggio alla vita adulta nella società che cambia (2010); R. Sciarrone, N. Bosco, A. Meo e L. Storti, La costruzione del ceto medio: Immagini sulla stampa e in politica (2011); C. Ranci (a cura di), Partite Iva: Il lavoro autonomo nella crisi italiana (2012); R. Sassatelli, M. Santoro e G. Semi, Fronteggiare la crisi: Come cambia lo stile di vita del ceto medio (2015).

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