In questa intervista, Franca Alacevich ripercorre insieme ad Andrea Bellini, Luigi Burroni e Annalisa Tonarelli la sua biografia personale e accademica. Dalle prime collaborazioni con figure di spicco come Luciano Cavalli, si arriva alle successive esperienze di ricerca, accompagnate da un’intensa attività istituzionale. Quest’ultima l’ha vista ricoprire ruoli di rilievo come Preside, Direttore di Dipartimento e membro del Consiglio Superiore della Banca d’Italia. Nel corso dell’intervista emerge la sua passione per la ricerca in sociologia, sviluppatasi in uno specifico interesse per il mercato del lavoro, le professioni e le relazioni industriali. L’intervista offre anche un’occasione di riflessione sulle differenze di genere nel mondo della ricerca e sull’impegno di Alacevich nel superarle.
Chi è? Franca Alacevich è Professore Onorario di Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro presso l’Università di Firenze, dove ha ricoperto vari ruoli istituzionali. In particolare, è stata Delegato del Rettore per le relazioni sindacali (dal 1999 al 2006), Preside della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” (dal 2006 al 2013) e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (dal 2013 al 2016). È stata inoltre Presidente della Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Scienze Politiche (dal 2009 al 2013). Nel corso della carriera, ha preso parte a numerosi progetti di ricerca sui temi del lavoro e delle relazioni industriali. È stata esperto per l’Italia nell’ambito del network di ricerca coordinato dall’Institut des Sciences du Travail di Louvain-La-Neuve, incaricato dalla Direzione Generale Affari Sociali e Occupazione della Commissione Europea (dal 1998 al 2006). Ha coordinato il progetto PRIN “Risorse, interessi, strategie: il ruolo dell’attore individuale nei processi di policy making” (dal 2007 al 2009). Attualmente, collabora con l’Associazione Artemisia Centro Antiviolenza – per cui ha fatto parte del Consiglio direttivo per più di dieci anni – e con l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea – del cui Consiglio direttivo fa parte dal 2020. Dal 2012, è componente del Consiglio Superiore della Banca d’Italia e Presidente del Consiglio di Reggenza della sede di Firenze.
Vorremmo cominciare proprio dall’inizio, dalla storia della tua famiglia, perché è una storia interessante e con episodi significativi di mobilità, con città e climi culturali che verosimilmente non fanno solo da sfondo, ma hanno stimolato la tua capacità di analisi dei contesti, dei fenomeni e dei cambiamenti sociali.
La mia è una famiglia numerosa, ho cinque fratelli, tutti maschi. È una famiglia che non ha radici precise. Ci siamo sempre ritenuti europei, oltre che italiani. I miei genitori provengono da aree diverse (mio padre dalla Dalmazia e la famiglia di mia madre è di Sarzana) e hanno cambiato diversi luoghi di vita. Abbiamo abitato in varie città, prima a Genova, poi a Napoli e a Firenze, quindi in contesti molto diversi. E questo ha un po’ sopperito a una cosa che ritengo utilissima nella vita accademica, ma che io non ho sperimentato, che è quella di cambiare sede. Sì, credo che avere vissuto in ambienti sociali così diversi mi abbia aiutato, attraverso il confronto anche inconsapevole, nelle mie ricerche. E sappiamo che, più in generale, stimola l’”immaginazione sociologica”.
Come sei arrivata a Firenze?
A Firenze, sono arrivata con un percorso curioso. Durante le medie superiori avevo deciso di studiare sociologia, anche per influenza dell’impegno nello scoutismo e più in generale per interesse a capire le dinamiche sociali e le possibilità di cambiamento in un momento di grandi trasformazioni. Mi sono diplomata nel 1969. In quel periodo, Sociologia esisteva solo a Trento (prima era praticamente assente nell’università italiana). Si respirava l’aria del Sessantotto e, come si sa, Trento era uno dei luoghi nei quali la mobilitazione studentesca era più forte. Un fenomeno nuovo che suscitava anche preoccupazione nelle famiglie che potevano permettersi di mandare un figlio o una figlia all’università. Dunque, a me, unica figlia femmina di sei, non consentivano di andare a Trento. Allora sono ricorsa all’importante e stretto rapporto che avevo con mio nonno, che era un filosofo e un giurista [Alfredo Poggi, n.d.r.], e gli ho chiesto: “Come faccio a studiare sociologia, che non mi mandano a Trento e non c’è da nessun’altra parte?”. Mio nonno mi disse: “Per studiare bene sociologia, bisogna conoscere la storia, l’economia, il diritto, la scienza politica, per cui è meglio che tu vada a Firenze alla ‘Cesare Alfieri’”. All’epoca, per la sociologia era importante. Era arrivato Luciano Cavalli da Genova, dove le sue lezioni erano seguite da studenti di tutte le facoltà: i compagni di Ingegneria di mio fratello Eugenio, di Economia di mio fratello Alessandro, di Chimica come Piergiorgio Corbetta. Sono venuta a Firenze nel 1969, e ci sono rimasta.
Come era nel ’69 la Cesare Alfieri?
Arrivata a Firenze, ho partecipato alle fasi iniziali della mobilitazione studentesca, in anni in cui l’università stava molto cambiando. Alla “Cesare Alfieri”, all’inizio dell’anno accademico, eravamo circa 90 matricole soltanto. Sono andata a casa a Genova per Natale, e quando sono tornata eravamo più di 900. Alla fine dell’anno, infatti, era entrata in vigore la legge che liberalizzava l’accesso all’università. Prima, a Scienze politiche si poteva accedere solo dai licei classico e scientifico; poi, dal gennaio 1970, si poteva accedere da tutti i percorsi di scuola media secondaria quinquennali. La Facoltà non sapeva più dove metterci. Questo ha cambiato moltissimo l’approccio, il rapporto con i docenti, la didattica. La Facoltà che era prima una scuola d’élite diventò rapidamente una componente dell’università di massa alla quale non era preparata.
La passione per la sociologia come è nata? In quel periodo, la sociologia era poco nota.
Ho già accennato allo scoutismo a Napoli e all’aria del Sessantotto. È difficile dirlo con certezza, ma credo che questa passione (se vogliamo usare questa parola impegnativa) fosse legata a due ragioni principali. La prima è che era una disciplina in statu nascenti, come diceva Alberoni, e per questo affascinante. Prometteva molto, certo più di quanto è poi riuscita a dare, forse proprio perché era ancora poco conosciuta. La seconda ragione è legata alle attività di volontariato in cui mi sono trovata impegnata, e che mi hanno fatto vedere le grandi disuguaglianze sociali e territoriali e le chances di vita e di futuro profondamente diverse dei ragazzi e delle ragazze provenienti dalle famiglie più povere, con cui ero venuta in contatto, specie a Napoli, attraverso lo scoutismo. La scoperta di un mondo estremamente diverso da quello da cui provenivo, e che avevo frequentato a Genova, avveniva poi sotto l’influenza del crescente impegno dei cattolici – ero e sono cattolica praticante – sul terreno sociale ed educativo, impegno con il quale mi sentivo molto in sintonia e che cercavo di approfondire anche all’interno del pensiero cattolico e della sua evoluzione (erano gli anni della ‘teologia della liberazione’, che mi interessava molto in quella fase). Da qui, la scelta quasi naturale per lo studio della sociologia, di cui sapevo in realtà molto poco, ma dalla quale mi aspettavo molto per seguire e approfondire i miei interessi. Non avevo altra scelta, dovevo studiare sociologia. E, per me, è stato appassionante.
Quindi, è una passione nata non solo come interesse per la conoscenza, ma anche orientata a un’azione di cambiamento.
Per me, la sociologia è sempre stata una disciplina che deve servire a cambiare la società. Ma, certo, per seguire questa strada deve coltivare in autonomia e in modo non ideologico l’analisi e la ricerca. Se non c’è una crescita adeguata sul piano teorico e della ricerca, la sua stessa capacità di offrire strumenti e obiettivi utili al cambiamento si impoverisce e viene meno la linea di demarcazione che deve separare la sociologia dalla politica.
Quali sono stati i docenti che ti hanno influenzato di più, quando arrivasti a Firenze?
Ho seguito le lezioni di Luciano Cavalli, arrivato da poco da Genova (ne ho già accennato), che allora insegnava Sociologia generale utilizzando il suo testo Il mutamento sociale. Erano lezioni basate sulla ricostruzione del pensiero di autori classici. E questo corso ha certo contribuito a una formazione che dà rilievo ai classici come fonte di ipotesi e di analisi che spesso ci aiutano a leggere la società contemporanea. Ma avrei voluto leggere direttamente i loro testi.
Altri docenti che mi hanno influenzato di più sono stati Enzo Capaccioli di Diritto pubblico e Renato Curatolo di Statistica. Enzo Capaccioli non ci insegnava il diritto pubblico in un’ottica formalistica, ma ci faceva comprendere anche come il diritto pubblico fosse una chiave importante per capire il funzionamento dello stato, il ruolo della pubblica amministrazione. Un altro aspetto di cui successivamente apprezzai l’importanza nello studio sociologico delle società contemporanee. Da Renato Curatolo, che insegnava una statistica più orientata ai fenomeni sociali, ho ricavato la prima consapevolezza di come fosse importante per le scienze sociali l’analisi quantitativa, con i relativi strumenti. Poi, anche Storia. All’epoca, storia era insegnata da Luigi Lotti, che faceva lezioni divertenti raccontando molti aneddoti. Lotti aveva scelto dei buoni libri di testo. Uno su tutti, il piccolo libro di Chabod, che io ricordo ancora come se l’avessi studiato ieri e che ho ancora sul tavolo. Questo, nei primi anni. Poi, approfondendo gli studi nel biennio specialistico, il corso di Paolo Giovannini è stato per me fondamentale. Lui, all’epoca, insegnava Sociologia del lavoro e, come sapete, è stata poi la disciplina che ho scelto (i miei rapporti di collaborazione con Paolo Giovannini si sono intensificati dopo il rientro all’università di cui parleremo dopo).
Che tesi di laurea hai fatto?
Inizialmente, la mia scelta era caduta su Antropologia, insegnata da Carlo Tullio Altan – uno studioso capace di suscitare interesse per una disciplina affascinante. Volevo studiare i paesi in via di sviluppo e avevo iniziato con alcuni capitoli teorici di antropologia economica. Glieli portai. Lui li lesse, li approvò e poi mi disse: “Adesso, lei è pronta per andare due anni in Africa”. Sorpresa, gli risposi che ne avrei parlato con la mia famiglia. Mio padre – che era un ingegnere molto preciso e voleva che si rispettassero i tempi, ma aveva anche il peso economico di una famiglia numerosa – mi disse che avrei potuto farlo, ma trovando una borsa di studio. Tornai da Altan, chiedendogli se fosse possibile trovare una borsa. Lui, guardandomi dall’alto della sua altezza fisica e della sua nobiltà, mi rispose: “Non mi parli del vile denaro”. Cercai allora strenuamente una borsa, andando ingenuamente anche a Roma, al CNR, alla FAO e a vari ministeri. Ma non la trovai. A questo punto, decisi di cambiare materia di tesi e mi orientai verso la Sociologia dell’educazione – una disciplina specialistica insegnata da Giorgio Marsiglia, allievo di Cavalli. Quindi, mi sono laureata con una tesi sulla riforma della scuola media superiore, molto critica nei confronti delle politiche implementate fino ad allora. Ebbi come correlatore lo storico Pierluigi Ballini, che prima della discussione mi fece moltissime critiche (era un democristiano che difendeva quelle politiche). Ero preoccupata, ma lui mi disse: “queste critiche gliele volevo fare, ma domani non ne parliamo”. Più tardi, mi sarei basata anche su questo lavoro per impostare la mia prima ricerca empirica sui cosiddetti ‘decreti delegati’ che introducevano nuove forme di partecipazione aperte anche alle famiglie nell’organizzazione scolastica (Innovazione scolastica e partecipazione: prime note di una ricerca sull’attuazione dei decreti delegati, Inchiesta, 1977).
Ci sembra di ricordare che alla discussione della tua tesi è legato un episodio particolare.
La commissione di tesi era presieduta da Luciano Cavalli. Avevo Giorgio Marsiglia come relatore e Pierluigi Ballini come correlatore. In fondo a sinistra della commissione era seduto un docente che non conoscevo, il quale mi fece ben tre domande. La cosa mi stupì, perché la prassi era che parlassero solo relatore e correlatori, e anche mi preoccupò. Scoprii dopo che era Arnaldo Bagnasco, appena arrivato a Firenze. Da allora, è cominciata una conoscenza che è poi diventata una grande amicizia, e con Carlo Trigilia (diventato poco dopo mio marito) anche una solida e duratura collaborazione scientifica.
Poco dopo hai cominciato a lavorare con Luciano Cavalli all’allora Istituto di Sociologia.
Mi laureai tardissimo la sera. Mentre uscivo mi rincorse Giorgio Marsiglia che mi disse: “Il Professore la vuole vedere, domani”. Il giorno dopo, andai da Cavalli che mi propose una borsa CNR. Praticamente, mi sono laureata il 5 novembre e il 1° dicembre avevo già la borsa di studio. All’epoca, era una fortuna (e lo è ancora oggi). La borsa era di 90 mila lire, quindi pochissimo già allora, comunque sempre meglio di niente. Così, è cominciata la mia avventura in quello che allora era l’Istituto di Sociologia.
Tu che cosa ti eri immaginata di poter fare dopo la laurea?
Pensavo di lavorare nel campo delle attività sociali, in quello che oggi si chiama Terzo settore. Non avevo mai pensato all’università, non solo per quelle che ritenevo le mie attitudini, ma anche per una storia familiare che portava a considerare l’università con grande sospetto, se non con ostilità. Le ragioni sono legate alla storia di mio nonno, Alfredo Poggi, filosofo socialista e impegnato antifascista. Per lui – uomo di studio – l’insegnamento universitario era la meta personale più sentita. Ma non poté coronare questa aspirazione, perché durante il fascismo, quando lui era giovane, fu messo in carcere a Regina Coeli come antifascista militante. Nel secondo dopoguerra, mio nonno era già anziano (era del 1881 e, ormai, aveva più di sessant’anni). Voleva iscriversi al primo concorso accademico che ci fosse stato in filosofia, ma gli dissero che era troppo vecchio. Prima, era giovane e brillante, ma antifascista; poi, era troppo vecchio, e dunque l’università gli era preclusa. Ha sempre avuto questo rimpianto e per questo in famiglia guardavano con sospetto l’università. Mia madre, quando mio padre le chiese di sposarlo, gli aveva posto come condizione di non orientarsi verso la carriera accademica (che lui avrebbe preferito, infatti insegnò come libero docente per molti anni). Con queste storie alle spalle, in famiglia lavorare all’università era visto con ostilità, come dicevo, per cui io non ci pensavo nemmeno. Il caso volle – e il caso nella vita conta tantissimo – che in quella discussione di tesi ci fosse Luciano Cavalli e che avesse a disposizione una borsa CNR.
Per la borsa che cosa dovevi fare?
Il lavoro dei borsisti e dei giovani collaboratori, più in generale, si svolgeva in modo molto tradizionale. Dovevamo fare approfondimenti di letteratura, bibliografie ragionate per ‘il professore’. Ci si aspettava che partecipassimo alle lezioni del capo dell’Istituto e che intervenissimo se richiesti. Ci assegnavano anche compiti pratici: all’epoca, non c’erano i computer e bisognava spesso ciclostilare. Per il resto del tempo – molto poco in genere – eravamo liberi di fare le nostre ricerche, insieme o più spesso, in quel periodo, individualmente. Noi volevamo leggere e discutere i testi dei classici, ma lo dovevamo fare fuori orario, la sera, quasi clandestinamente.
Che successe alla fine della borsa?
La borsa CNR è durata dal 1974 al 1980. Sarebbe durata ancora, ma detti le dimissioni, perché nel 1978 avevo avuto un incarico dalla Regione Toscana per un progetto sperimentale, finanziato dalla Commissione Europea, sull’orientamento scolastico e professionale, all’epoca in via di programmazione (decisamente ben pagato rispetto alla borsa CNR). Il progetto si sviluppava nell’Alta Val d’Elsa e la nostra sede era la Rocca di San Gimignano. Prometteva di essere un’esperienza interessante che forse avrebbe potuto aprire prospettive altrettanto interessanti. Il primo anno tergiversai, continuai a fare esami e seminari all’università; poi, pensai di lavorare solo al progetto regionale e rinunciai alla borsa CNR. Tanto più che, secondo le mie aspettative, se fossero partiti i giudizi di idoneità avrei avuto i requisiti per poter rientrare più stabilmente in università in base alla famosa legge 381 (avevo già pubblicato alcuni lavori e maturato tutti gli anni di precariato previsti). Evidentemente erano aspettative sbagliate, perché non ottenni l’idoneità, a differenza di altri colleghi che erano in condizioni simili. Lo stesso esito riguardò Carlo. La vicenda suscitò un certo clamore. Decidemmo di fare ricorso e più tardi saremmo stati riammessi come ‘ricercatori’. Fu un colpo durissimo, segnato anche da episodi spiacevoli di pressione (volti a evitare che facessimo ricorso). Inizialmente siamo andati per un periodo negli Stati Uniti, alla Cornell, e poi io sono andata a lavorare in Regione Toscana, mentre Carlo ebbe un incarico a Cosenza prima che rientrassimo all’università.
Come è stata l’esperienza di lavoro in Regione? Ha lasciato tracce nel tuo percorso?
L’esperienza in Regione Toscana è stata interessante e anche divertente. Era un periodo storico in cui credevamo molto nelle regioni, e in Toscana avevamo un Presidente di Regione eccezionale, Gianfranco Bartolini, una figura storica del PCI toscano, molto aperto alle idee innovative. In Regione, ho avuto come assessore Marco Mayer, prima all’istruzione e alla cultura, poi alle attività produttive. Sia da Bartolini che, e soprattutto, da Mayer ho avuto fiducia e autonomia. Questo mi ha consentito di fare molte esperienze interessanti: molta ricerca sul campo, la partecipazione all’attività preparatoria all’istituzione del primo Osservatorio sul mercato del lavoro e del primo Assessorato regionale al lavoro, la partecipazione alla stesura dei protocolli nazionali degli anni Ottanta, che per noi studiosi di relazioni industriali sono stati molto importanti. Ho scritto con Mayer – che allora era coordinatore delle regioni per il lavoro – una parte del Lodo Scotti del 1983. Non era un mero lavoro d’ufficio. Con il primo Assessore al lavoro, Roberto Teroni del PSIUP, e insieme ad altri colleghi ci trovavamo la sera nella sede dello PSIUP per impostare le politiche e trovare il modo di attuarle, a volte contro il parere di alcuni dirigenti socialisti.
Tornando all’esperienza negli Stati Uniti, tu hai svolto anche un periodo presso la Cornell University. Quanto è stato importante, per te?
Con l’aiuto di Sidney Tarrow, ho avuto una posizione di visiting fellow presso il Dipartimento di Human Development and Social Sciences, mentre Carlo era al Dipartimento di Government. Questa esperienza è stata importante soprattutto perché ho avuto la possibilità di incontrare un bravo sociologo, dal quale ho molto imparato: Glen Elder. Una figura poco conosciuta in Italia, ma molto all’estero, perché è uno dei pionieri degli studi di life cycle. Era depositario, in quel periodo, di uno di quegli archivi di dati interessantissimi, frutto dei grandi investimenti fatti negli Stati Uniti nella ricerca sociale. L’archivio in questione, impostato all’inizio in North Carolina, era basato su un campione di famiglie su cui la ricerca ritornava ciclicamente, intervistando periodicamente i soggetti, o i loro ‘eredi’. Ne scaturiva una mole di dati che verteva su moltissimi aspetti: come vivevano, i loro stili di consumo, le logiche matrimoniali, i loro spostamenti, il loro lavoro, e molto altro ancora. C’era di tutto in questi archivi. In quel momento, il gestore di questa enorme quantità di dati era Glen Elder. È stato molto interessante lavorare con lui, che ci faceva vedere come da tutta questa quantità di dati si potessero tirare fuori gli studi più disparati. Uno, per esempio, cui ho partecipato perché era in corso mentre io ero lì, era sulle condizioni delle vedove di guerra; si indagava la situazione sociale, gli orientamenti politici e religiosi e la situazione economica di queste donne rimaste senza compagno. Insomma, quella era una miniera. Ne ho ricavato importanti lezioni di metodologia e un orientamento verso la cumulazione del sapere che può nascere se si investe in progetti collettivi e non nelle ricerche individuali.
Da qui viene dunque la tua insistenza, anche con gli studenti, sull’importanza degli studi longitudinali.
Credo di sì. Le mie lezioni ai dottorandi vertevano proprio sulle banche dati e gli archivi, sull’importanza di non lavorare da soli su un piccolo problema e di cercare invece di fare massa critica – una cosa che in Italia non siamo mai riusciti a fare molto. Da noi, l’unica fonte di archivi e dati ricorrenti è l’Istat. In Italia non c’è un investimento collettivo su banche dati di quel tipo.
E come sei rientrata all’università?
Nel 1987, erano giunti a conclusione i ricorsi per l’idoneità negata. Dovevo scegliere se restare in Regione o tornare all’università. Pensai che all’università sarei stata più libera, soprattutto nell’uso del tempo, ma anche nella scelta dell’oggetto del lavoro. Una decisione strumentale: senza l’orario di lavoro rigido che avevo in Regione che, con un figlio piccolo, era molto utile; percepivo anche il rischio che un cambio di presidente o di assessore avrebbe potuto minare l’autonomia di cui godevo.

Chiesi però – e ottenni – di cambiare ambito disciplinare passando a Sociologia del lavoro, anche per mettere a frutto le mie esperienze in Regione; e volevo tempo per studiare, perché negli anni in Regione non avevo potuto farlo. Ma soprattutto volevo lavorare con Paolo Giovannini, che allora insegnava Sociologia del lavoro, cui devo molto.
Che cosa ti sei portata dell’esperienza in Regione nel rientro all’università, in termini di risorse e competenze, che poi ti sia servito in qualche modo?
Anzitutto, in Regione ho potuto fare molta ricerca empirica. Ho fatto qualche ricerca di cui sono soddisfatta. Quella sui cassintegrati è stata interessante. La Cassa ordinaria stava diminuendo, ma aumentava enormemente il ricorso a quella straordinaria, allargandosi anche a figure impiegatizie. Intervistammo i cassintegrati straordinari a zero ore e i disoccupati speciali (circa 1.500 su più di 7.000). Pensate che tra un’intervista e l’altra abbiamo purtroppo avuto anche tre suicidi. Abbiamo avuto alcuni casi in cui gli intervistatori sono stati aggrediti in quanto rappresentanti dell’istituzione. Tra i risultati principali emerse che gli effetti negativi dell’assenza di lavoro erano più marcati e pesanti sul piano psicologico e del vissuto quotidiano e familiare, che non sul piano economico. Le aree a economia diffusa, infatti, erano in grado di ammortizzare alcuni effetti economici, offrendo occasioni di lavoro nero e comunque reti parentali e amicali di sostegno; ma i rapporti familiari ne risentivano in modo pesante e i soggetti si sentivano emarginati, inutili.
In secondo luogo, in Regione ho fatto molta esperienza di tipo amministrativo, che mi è servita nella gestione della Facoltà e del Dipartimento e per la quale devo molto a un collega, Roberto Rossini, con cui ho lavorato. Una terza esperienza che ha avuto ricadute è legata ai numerosi collegamenti con il mondo del lavoro che ho potuto costruire quando in Regione mi sono occupata di politica industriale: i rapporti con le associazioni di categoria delle imprese e con i sindacati, specie sul tema degli interventi a sostegno dell’innovazione.
Come è stato l’impatto con questa seconda fase della tua vita lavorativa?
È stato duro. Mi sono a lungo portata dietro la preoccupazione di essere rimasta indietro, durante il periodo in Regione, nello studio e nelle pubblicazioni di tipo accademico. Una sensazione di inadeguatezza che ho cercato di colmare, ma non è stato facile. Ho soprattutto condotto numerose ricerche, specie fino a quando non ho assunto incarichi gestionali. Ho però anche scoperto, tornando, che mi piaceva insegnare. Quindi, mi sono dedicata molto al lavoro con gli studenti. E ho sempre avuto buone relazioni e tratto grande soddisfazione dal rapporto con loro.
Hai citato le ricerche. Quali sono state le esperienze di ricerca più importanti?
Una ricerca importante l’ho fatta quando lavoravo per la Regione al Progetto Sperimentale: La socializzazione prelavorativa tra scuola e famiglia (pubblicata in un volume curato insieme a Giorgio Marsiglia nel 1982). Si trattava di un tema nuovo, poco frequentato nelle ricerche sul lavoro. In questa ricerca, ho potuto provare a utilizzare una pluralità di metodi di ricerca, sull’esempio de I disoccupati di Marienthal. Abbiamo studiato i bambini delle elementari, i ragazzi delle medie e i ragazzi delle superiori, usando ovviamente metodi diversi: ai bambini delle elementari, per esempio, facemmo fare dei temi e, poi, facevamo l’analisi del contenuto; con i ragazzi delle medie facemmo qualcosa di simile; con quelli delle superiori, invece, facemmo delle vere e proprie interviste, ma affiancando a questo la partecipazione diretta ad attività di laboratorio, iniziative delle scuole, interviste con i genitori, interviste con dirigenti scolastici e insegnanti. Insomma, siamo riusciti a utilizzare una pluralità di metodi. Uno dei risultati più interessanti è stato rilevare come gli orientamenti dei giovani verso il futuro fossero strettamente legati alla classe sociale di appartenenza, pur in un periodo in cui si stava allungando il percorso scolastico per grandi masse di popolazione, con le relative attese di ascesa sociale. Così come emerse che le scelte scolastiche e professionali restavano molto caratterizzate per genere, pur in un periodo in cui le donne stavano affermando la volontà di emanciparsi. Infine, la scuola sembrava incapace di assolvere a un ruolo di decondizionamento socioculturale, e anzi agire per rafforzare i condizionamenti ambientali e familiari. Quella ricerca non è mai entrata nel circuito accademico; anche chi, dopo, ha scritto di socializzazione al lavoro non l’ha mai considerata, perché era pubblicata in una collana della Regione Toscana, né io sono stata capace di valorizzarla.
Una sorte simile ha avuto la ricerca sui cassintegrati (Cassintegrati in Toscana, 1986), fatta sulla scia di altre ricerche sui cassintegrati fatte a Torino e altrove, di cui prima ho detto qualcosa.
Rientrata all’università ho condotto alcune ricerche che mettevano a frutto le esperienze maturate in Regione. Si tratta di quattro ricerche su I rapporti di cooperazione tra imprese come problema sociologico, Attori e meccanismi di regolazione nelle politiche regionali: il caso degli interventi sullo sviluppo economico-industriale e il lavoro, Le relazioni industriali in Italia nella prospettiva dell’integrazione europea, Produzione e riproduzione delle risorse umane nelle aree a economia diffusa. Il caso del settore abbigliamento. Dopodiché, per me, sono state molto importanti le ricerche di interesse nazionale con Marino Regini su La regolazione sociale delle risorse umane in Europa e su La professionalità in un mondo del lavoro che cambia: il ruolo delle imprese, della formazione professionale e delle istituzioni sociali. Questi lavori mi hanno insegnato molto sul piano metodologico e soprattutto sul terreno del rapporto tra teoria e ricerca. E ho anche cercato di trasmettere questa consapevolezza maggiore a chi ha collaborato con me – e voi ne siete, penso, un bell’esempio.
Per otto anni (1998-2006) sono stata impegnata nelle ricerche per la Direzione generale Affari Sociali e Occupazione della Commissione Europea, insieme a studiosi di altri quindici paesi europei e sotto il coordinamento dell’Institut des Sciences du Travail di Louvain-La-Neuve, volte a studiare gli effetti delle politiche europee di dialogo sociale e coinvolgimento delle parti sociali nelle politiche del lavoro. Al di là dei rapporti sul caso italiano che curavo in questo lavoro collettivo, ho avuto l’opportunità di condurre anche un’analisi comparata sui quindici paesi europei coinvolti che mi ha portato a valutare Le conseguenze dell’Europa sulla regolazione del lavoro, che è divenuto il sottotitolo del libro Promuovere il dialogo sociale (Firenze University Press, 2004).

Un’altra ricerca, che mi è piaciuta, è quella che ha riguardato le diverse dinamiche dei grandi centri commerciali in diversi paesi. Erano gli anni in cui, in Italia, si stava diffondendo il lavoro precario. E noi, studiando queste dinamiche in Belgio, Italia, Olanda e Spagna, su commissione della Regione Toscana, abbiamo visto che non era una strada ineluttabile. Era una scelta del nostro paese e dei nostri imprenditori, perché altri paesi gestivano le stesse catene commerciali, così grandi e così importanti, in tutt’altra maniera coniugando flessibilità e sicurezza, anche attraverso soluzioni concertate e una integrazione tra politiche economiche, del lavoro, del welfare e della sicurezza sociale (Competitività e inclusione nel mercato del lavoro. La regolazione della flessibilità in Toscana, Catalunya, Wallonie e Zuid-Holland, 2007).

A parte queste, la ricerca che mi è piaciuta di più è stata quella in cui ero responsabile del PRIN sul ruolo degli attori individuali, da cui è nato il libro Cogliere le opportunità [edito da Bruno Mondadori, 2011, n.d.r.], perché in quella ricerca abbiamo spostato l’attenzione dalle politiche ai soggetti. Come dire, la griglia delle politiche conta, e conta molto, ma sono comunque gli attori sociali che la declinano, la interpretano, la fanno vivere, la fanno morire. Questo spostamento verso gli attori sociali è stato un passaggio, per me, significativo, che ha influenzato anche un lavoro più recente sul ruolo degli attori e del tessuto sociale (Legame sociale, in Parole della convivenza, Castelvecchi, 2020).

In tempi più recenti, mi piace ricordare la ricerca sugli avvocati, fatta con Annalisa e Andrea, che ci ha consentito di approfondire caratteri e strategie di questi professionisti protagonisti dei ceti medi in un periodo di polarizzazione sempre più marcata al loro interno, di precarizzazione di alcune fasce più basse, ma anche di progressiva liberalizzazione normativa e di diffusione di nuovi strumenti messi a disposizione dalla rivoluzione informatica. Le potenzialità – non sempre espresse e non sempre coscienti – di questi attori sociali nei processi di cambiamento della società hanno costituito un aspetto particolarmente interessante della ricerca (Una professione plurale, Firenze University Press, 2017),
Negli anni la mia attività di ricerca – che aveva avuto un’intensificazione dopo il rientro in università – è stata resa più costosa e inevitabilmente rallentata da incarichi gestionali impegnativi.
Gli incarichi gestionali quali sono stati e come si sono sviluppati?
Sono tornata in università alla fine del 1987, è stato il lavoro con Paolo Giovannini che non solo mi ha aiutato molto a riambientarmi, ma mi ha anche aperto questa strada. Nel 1995, Paolo è diventato Preside e ha delegato a me di seguire l’esperienza del nascente Polo universitario di Prato – di cui è stato il vero motore insieme agli ingegneri Ignazio Becchi e Giorgio Federici, che conosceva dai tempi genovesi. Quando nel 1999 ha lasciato il suo ruolo di Delegato del Rettore per le relazioni sindacali, ha suggerito al Rettore Paolo Blasi il mio nome e mi sono trovata a gestirle in una posizione di debolezza (ero donna, ero ancora soltanto ricercatrice), ma è stata un’esperienza che mi ha molto rafforzata. Poi, ho fatto il Preside di Scienze politiche per due mandati e, successivamente, il Direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali.
Hai citato Prato. Ci racconti come nasce l’esperienza del Polo universitario di Prato?
Al Polo pratese dell’università di Firenze è legata l’esperienza del Diploma in Relazioni Industriali e quella del Master Europeo in Scienze del Lavoro. Con Paolo condividevamo l’idea di creare un corso di Relazioni industriali pubblico, di rango universitario. All’epoca, i sindacati avevano le loro scuole, Confindustria e le altre associazioni datoriali avevano le loro, ma noi sostenevamo che c’era bisogno di un corso pubblico, fuori dalle logiche di campanile. Ciò fu reso possibile dalla legge che apriva ai diplomi universitari. Quindi, decidemmo di partecipare alla costruzione del Polo di Prato, che rappresentava una componente importante del motore produttivo della regione ancorandovi il nuovo Diploma e il Master, che rispondeva alla stessa logica anche se con obiettivi formativi più elevati. Entrambi i corsi erano degli unicum nel panorama nazionale, così come il Corso di laurea magistrale in Analisi e politiche dello sviluppo locale e regionale, qualche anno dopo. Solo più tardi iniziative simili furono avviate in altri Atenei. In questo contesto abbiamo poi dato vita al Laboris [il Laboratorio di Scienze del Lavoro, che, all’epoca, si chiamava Laboratorio di Contrattazione Collettiva, n.d.r.], il laboratorio di raccolta dati e di approfondimento della contrattazione collettiva, con la partecipazione di molti giovani. Le discussioni collettive del lunedì erano occasioni importanti di riflessione e confronto.
A Prato, ho avuto la possibilità di lavorare con persone diverse, in modo interdisciplinare allargato – ingegneri, economisti, per esempio – e di sperimentare una didattica meno tradizionale. Il Master ci ha portato ad avere rapporti diretti con molte altre università europee e con la Commissione Europea.
Sono stati anche anni difficili, perché in quegli anni c’è stato il brutto episodio delle Brigate Rosse.
Vuoi parlarcene?
Penso che ormai se ne possa parlare. Da Delegato del Rettore mi occupavo dei rapporti di lavoro in un momento in cui stava nascendo l’Azienda Ospedaliera Universitaria, che metteva insieme personale universitario e della sanità, con contratti diversi e diversa regolazione del lavoro. Erano anni in cui le BR combattevano contro i lavoristi, come mostrano gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi, e venne fuori che ero divenuta un loro obiettivo, forse perché un ospedaliero del nostro ospedale cittadino era sul treno di Arezzo con la Lioce [Nadia Lioce, componente delle Nuove Brigate Rosse, coinvolta negli omicidi D’Antona e Biagi, arrestata nel 2003 e condannata all’ergastolo nel 2007, n.d.r.]. Non è stato certo piacevole, ma già allora pensavo che il fenomeno fosse alla fine.
Come ti sei trovata a diventare Preside e poi Direttore di Dipartimento? Ci sono degli obiettivi particolari che hai cercato di perseguire?
C’è indubbiamente una componente casuale, ma incide a partire da alcune condizioni che derivano dal percorso precedente. Nel senso che queste non funzionano automaticamente. Voglio dire che non basta essere conosciute e avere svolto un lavoro precedente – come nel mio caso, a partire dall’esperienza di delegato del Rettore e attraverso il Polo pratese, avere potuto incontrare e conoscere bene altre facoltà e altri colleghi di diverse discipline, avere conosciuto bene il funzionamento dell’Ateneo. È necessario che concorrano altre circostanze che non sempre si danno. In altre parole, nel mio caso ha potuto influire il lavoro svolto a Prato e come Delegato alle relazioni sindacali, ma hanno contato anche fattori contingenti, come l’orientamento del Decano o l’esistenza di altri candidati capaci di raccogliere i consensi necessari, e altri ancora. Non c’è dubbio però che anche nel nostro sistema si è venuta prefigurando una sorta di ‘carriera gestionale’, anche se non così marcata e definita come in altri sistemi universitari, per esempio quello americano.
Quanto agli obiettivi, ne avevo due in modo particolare, che sono anche legati tra loro e che ho provato a perseguire. Il primo è stato il tentativo di contrastare la logica particolaristica che condizionava – e ancora spesso condiziona – le scelte degli organi collegiali. Il secondo riguarda il ruolo delle donne nell’accademia. Logica particolaristica significa che le scelte, soprattutto nel reclutamento, vengono fondate su criteri di appartenenza a un gruppo disciplinare o a una particolare cerchia di persone piuttosto che sulla competenza effettiva. Questo criterio di scelta si basa sul riconoscimento reciproco dei gruppi disciplinari, ciascuno dei quali non mette in discussione le preferenze degli altri, a patto che si stabiliscano dei ‘turni’ e quando tocca al proprio gruppo gli altri non ne discutano le scelte. Quanto più prevale questa logica (fortunatamente non sempre è così) tanto più si afferma la deresponsabilizzazione e si indeboliscono gli interessi collettivi dell’istituzione, che sia la Facoltà, il Dipartimento o lo stesso Ateneo. Ho cercato di contrastare il particolarismo in vari modi. Anzitutto provando a far valere di più gli strumenti di valutazione oggettiva che nel frattempo si erano resi più disponibili – anche se da maneggiare con molta attenzione.

E poi con un misto di moral suasion e di resistenza palese. Nel perseguire questa linea ho spesso tratto spunti e suggerimenti da un altro sociologo Preside di Scienze politiche a Milano, Marino Regini. Visti retrospettivamente, i risultati che ho ottenuto sono molto incerti, anche se sono stati molto pesanti per i contrasti personali che inevitabilmente ne sono scaturiti. Inoltre, eliminate le Facoltà per la riforma Gelmini, le cose si sono complicate. Ho provato a riproporre il modello quando sono stata Direttore del Dipartimento, con lo stesso risultato.
Resto convinta che ciascuno debba fare quanto in suo potere per contrastare la logica particolaristica, ma resta difficile senza un disegno nazionale complessivo dell’università che favorisca una seria responsabilizzazione degli organi collegiali e dei soggetti nelle cui mani sono le scelte.
Accennavi anche al ruolo delle donne come obiettivo. In che senso? E come ha influito su questo obiettivo la tua esperienza personale? In famiglia tu eri l’unica femmina di sei figli e, d’altra parte, nell’accademia sei sempre stata una donna sola, circondata da uomini. Allo stesso tempo, però, sei stata la prima donna Delegato del Rettore per le relazioni sindacali, la prima donna Preside della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, la prima donna nel Consiglio Superiore della Banca d’Italia. Tante prime volte, dunque. Nella tua carriera, c’è questo filo conduttore. Che cosa ha significato per te?

Io dico che il caso, nella vita, conta moltissimo. E, per me, è stato un caso. Certo, crescere con cinque fratelli non è facile. Nonostante mia madre cercasse di farmi fare la bambina, io avevo un modello maschile nella testa, nel senso che vivevo con i miei fratelli e facevo mille cose con loro. È probabile che questa socializzazione abbia influito sul mio carattere e sulle mie scelte. Però, come dicevo, sono certa che conti molto anche il caso e gli strani incroci che si possono verificare in certi momenti. In ogni modo è vero che ho sempre cercato di utilizzare il ruolo in cui mi trovavo come strumento per contrastare le disuguaglianze di genere – come del resto avrebbero fatto oggi molte colleghe.
Nelle vicende accademiche ho cercato di farlo in vari modi. Anzitutto, tentare di contrastare la logica particolaristica è anche un modo per valutare le competenze delle donne e valorizzarle – mentre spesso sono poco o per nulla riconosciute, o in qualche caso addirittura svalorizzate. Non riguarda solo il reclutamento nelle posizioni di vertice. Tocca anche la vita di tutti i giorni, nel lavoro, fuori dal lavoro e nel rapporto tra le due sfere. Un piccolo esempio: la prima cosa che ho fatto da Preside è stato spostare i Consigli di Facoltà alla mattina per agevolare le donne con bambini piccoli (e ho ricevuto proteste dai colleghi uomini) e cercare di far aprire un asilo nido nella sede di Novoli.

Da questo punto di vista, valorizzare il ruolo delle donne, e in particolare delle colleghe più giovani, vuol dire adoperarsi affinché non siano ingiustamente penalizzate nelle cariche interne, nell’accesso alle risorse per la ricerca o nella promozione di iniziative apparentemente meno rilevanti ma che danno visibilità. Tutti questi aspetti, sommati insieme, creano disparità ingiustificate. Insomma, nel complesso significa valorizzare le competenze invece dello status accademico, che tradizionalmente penalizza le donne. Questo indirizzo ho cercato di perseguirlo anche nei riguardi del personale non docente che, come si sa, in università è a forte prevalenza femminile.
Ho poi cercato di perseguire questo obiettivo anche nelle esperienze non accademiche, come quella nel Consiglio Superiore della Banca d’Italia, dove ho cercato di contribuire non solo a una composizione più equilibrata, ma anche all’adozione di criteri di reclutamento e forme di organizzazione del lavoro che contrastassero le disparità di genere. Quando sono entrata nel 2013, ero l’unica e prima donna. Anche qui il caso ha avuto un ruolo: nel 2011, la Legge Golfo-Mosca aveva promosso il ruolo delle donne e la Banca d’Italia, pur non soggetta alla legge, aveva recepito il segnale (e sia il Governatore Ignazio Visco che la Vicedirettrice generale Annamaria Tarantola erano particolarmente sensibili). Oggi, siamo sei donne su tredici componenti del Consiglio e ho potuto vedere nel tempo cambiare la natura della discussione.
Che cosa fai adesso?
Mi occupo molto meno dell’Accademia e molto di più di attività nella società civile – anche se per l’Ateneo seguo il progetto dell’Università dell’età libera. Continuo la mia esperienza in Banca d’Italia e sono impegnata in attività di volontariato culturale e sociale. Sono stata di recente coinvolta nella gestione dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, nella Fondazione della Cassa di Risparmio di Firenze, e continuo la collaborazione che dura da molti anni con il Centro antiviolenza “Artemisia”. In queste attività e nelle altre proposte di collaborazione che mi vengono fatte trovo la prova di un fenomeno che i sociologi conoscono bene. Con l’età ed essendo più libera da impegni di lavoro, le relazioni sociali che hai costruito, spesso anche involontariamente, durante una vita lavorativa non rinchiusa nella sfera accademica possono divenire utili. Insomma, dispongo – come si direbbe in sociologia – di un modesto capitale sociale ‘buono’, che cerco di attivare. Se ti sei conquistato un po’ di stima, di fiducia e forse anche di simpatia da parte di alcune persone, questo può essere utile al servizio di buone cause.

Oltre a questo, ora che sono più libera, ho anche più tempo per me e i miei quattro nipoti, che purtroppo stanno negli Stati Uniti. Dunque, viaggio molto e sto lunghi periodo vicino a loro.

