Per una durkheiminiana di formazione come BIANCA BECCALLI le spiegazioni individuali dei fatti sociali sono sempre insoddisfacenti (‹‹per non dire errate!››). Questo forse aiuta a capire perché il racconto della sua biografia intellettuale, ricostruita con Sabrina Perra, si configura nei termini di un’esperienza non solo personale, bensì condivisa da una generazione di brillanti studiosi, giovani cosmopoliti inconsapevolmente privilegiati e fortemente idealisti, che si tuffavano di petto nella vita e nell’impegno politico. Per loro professare, anche ma non solo, in ambito accademico la sociologia – in particolare quella economica e del lavoro – non rispondeva ad una strategia di costruzione professionale, ma assumeva il significato di una trasgressione esistenziale e sociale rispetto a modelli di regolazione sociale ritenuti iniqui. Tale vocazione sociologica accompagna tutto il percorso di Bianca Beccalli, nel quale come fil rouge si rintraccia il concetto rappresentanza inteso come espressione della soggettività individuale e collettiva, che riguardi gli operai, i migranti, le donne. Queste ultime trovano uno spazio importante nelle attività di ricerca e formazione portate avanti secondo modalità “non ghettizzanti” dalla sociologa, oggi riconosciuta tra le pioniere dei gender studies in Italia.

Raccontami un po’ della tua biografia e del tuo incontro con la sociologia…
Sono nata in una piccola città, Pavia, in una famiglia “bene”: mio padre era un pianista e condivideva con mia madre una visione liberale del mondo. Io sono cresciuta in un ambiente familiare integrato nel fulcro della vita culturale, intellettuale e sociale della città. All’Università mi ero iscritta alla facoltà di filosofia (Pavia aveva una certa tradizione accademica in questa disciplina, contando nomi come Ludovico Geymonat ed Enzo Paci). In quel periodo l’università era un’élite: pochi studenti, bravi professori integrati nel contesto cittadino, lo stesso della mia famiglia. La sociologia in Italia non esisteva e il mio incontro con questa disciplina iniziò con una borsa di studio e un soggiorno a Parigi in cui seguii i corsi di Alain Touraine sulla divisione del lavoro e la teoria sociologica di Emile Durkheim. Fu una folgorazione: anche se seguivo un corso di studi di filosofia mi ero sempre interessata al tema del lavoro e con l’esperienza parigina trovai la dimensione di studio più adatta ai miei interessi. La mia famiglia accolse la mia scelta cercando di rispettarla, sebbene gli apparisse quantomeno bizzarra. La situazione era complicata dal mio professore di tesi, il quale non capiva come potessi interessarmi alla sociologia e diceva ai miei che con questa scelta buttavo all’aria la carriera universitaria alla quale mi esortava…
Credo che questo inizio così casuale e appassionato con la sociologia abbia finito per condizionare le mie scelte professionali, di ricerca e di vita accademica. D’altro canto, mi sembra che l’intera mia vita professionale, o forse l’intera mia vita tout court, sia stata come un moto circolare in cui si sono succeduti più volti i temi della ricerca, le persone con cui ho condiviso queste esperienze. Ritengo di fare parte di una generazione per cui la vita professionale è difficilmente distinguibile dalle passioni, dalle scelte e dalla quotidianità. È solo dopo che, riflettendo, alcune tessere sembrano delineare al meglio il quadro del mosaico lavorativo, stagliandosi in biografie in cui l’idea della carriera universitaria non era affatto presente: era la vita, e basta.
Come e dove prosegue la tua formazione sociologica?
Dopo l’esperienza parigina e la laurea, nel 1964 mi trasferisco nel Regno Unito, a Cambridge. E’ stata un’esperienza importante, condivisa con un gruppo di giovani italiani, principalmente economisti (tra i quali Michele Salvati, col quale ci eravamo sposati l’anno prima) attratti dalla presenza del mitico economista ricardiano Piero Sraffa [1] , tra gli intellettuali più tenaci nella cultura europea antifascista. Accanto all’economia però l’università di Cambridge cercava di arricchire anche il dibattito sociologico, allora particolarmente vivace, che ben si integrava con la
importante tradizione inglese di storia sociale e antropologia. Come supervisore ho avuto David Lockwood che, seppure con le tecniche più tradizionali della survey aveva proposto analisi approfondite e innovative della stratificazione sociale[2]. Così a Cambridge praticai la sociologia e mi convinsi che avrei potuto fare sociologia ovunque: non mi rendevo conto, allora, che la sociologia in Italia non esisteva…
Cosa capitò una volta rientrata in Italia?
Divenni istruttrice nella scuola superiore di sociologia in seno alle scuole CO.S.PO.S.[3] a Milano, dove come docenti vi erano Alessandro Pizzorno, Luciano Gallino, Guido Baglioni e altri importanti sociologi della prima generazione. Anche in quella occasione pensai che vivere quell’esperienza fosse possibile a tutti, ma col tempo capii che si era trattato di una esperienza eccezionale, che coincideva di fatto con la nascita della sociologia italiana e della sua comunità, anche se si trattava di un processo non del tutto consapevole. Le stesse vicende delle Scuole CO.S.PO.S. (con sedi in varie città italiane, tra cui Milano, Torino, Firenze, Catania) fanno un po’ sorridere. Infatti, in piena guerra fredda erano state alcune fondazioni americane a sostenere in Europa la creazione di scuole di sociologia: consideravano la disciplina un antidoto al marxismo e, ovviamente, al comunismo! Certo si sbagliarono, almeno nel caso italiano: la sociologia nasceva invece proprio da una lettura e interpretazione attualizzata del
pensiero marxista. Inoltre con il “gruppo di Torino”[4], prevalentemente composto da filosofi, che precedette la fondazione dei Quaderni Rossi, la sociologia nasceva come inchiesta operaia, che doveva costituire lo strumento di formazione della coscienza di classe, che non andava derivata dal capitale, ma dalle condizioni tecniche e sociali in cui si svolgeva la vita degli operai. Sono queste le origini della sociologia italiana, della comunità scientifica, che non fu solo accademica. Anzi, nella sua prima manifestazione i campi prediletti erano il sindacato e i partiti o qualsiasi altra forma di movimento, organizzazione che si interrogasse sulle forze di produzione nella direzione che dicevo.

Da quanto mi dici, la prima comunità sociologica italiana aveva un rapporto particolare con il mondo operaio, con i sindacati, con i partiti di sinistra. Mi spieghi il tuo coinvolgimento in questa fase e in che modo, a tuo avviso, i Quaderni Rossi hanno contribuito allo sviluppo di questo rapporto?
Fu Emilio Agazzi[5], membro della rivista Passato e Presente, che mi introdusse a Raniero Panzieri, tra i più giovani segretari del PSI e fondatore con Vittorio Rieser dei Quaderni Rossi. Gli incontri attorno alla rivista erano estremamente stimolanti perché raccoglievano intellettuali di grande originalità che
avevano individuato nell’inchiesta sociale uno strumento non solo di ricerca, ma soprattutto di azione politica. A questa decisione, che aveva a suo capo Panzieri, aderirono oltre a Rieser persone di estrazione sociale, professionale e politica molto diverse. Era un momento di sintesi di posizioni che si erano confrontate nel corso degli anni ’50, soprattutto rispetto ai temi del lavoro, che seguivano l’esperienza dell’importante Inchiesta sulla FIAT coordinata da Giovanni Carocci. La crisi del sindacato, che in quegli anni sembrava non conoscere più i lavoratori, le trasformazioni del mondo del lavoro e la rapida modernizzazione dell’intera società erano temi al centro della riflessione anche in altri paesi europei e negli USA (basti pensare all’opuscolo curato da Edgar Morin)[6].
E’ importante notare che in quegli anni le riviste avevano un ruolo centrale nel dibattito intellettuale e culturale, non solo nel contesto accademico, ma nella società tout court. Panzieri mi consigliò di inserire un percorso sociologico nei miei studi, mi incluse nel gruppo dei Quaderni Rossi e, visto che questi avevano incrociato i sociologi della prima generazione, mi avvicinò in particolare a Luciano Gallino e Alessandro Pizzorno, che avevano partecipato alle discussioni e all’elaborazione della prima inchiesta operaia. I giovani che erano allora intorno a Panzieri erano soprattutto torinesi ed erano di formazione filosofica, spesso allievi di Abbagnano.
Vale qui la pena di rammentare che Nicola Abbagnano fu un importante mediatore della cultura weberiana, seguito in questo percorso intellettuale da Pietro Rossi. È a lui che si deve la più ampia diffusione di Weber in Italia attraverso le traduzioni e la socializzazione dei suoi allievi, poi marxisti, al pensiero weberiano. Qui si innesta l’influenza di Panzieri sulla sociologia, che sta un po’ a monte di tutto il discorso che
potrei fare di biografia intellettuale, che non riguarda me soltanto, ma un intreccio di pensieri molto originale: la presenza del filone weberiano accanto ad una rivisitazione del marxismo. L’apporto originale di Panzieri fu determinata anche dalla traduzione da parte della moglie Pucci dei Grundrisse[7], a partire dai quali prese lo spunto per ripensare il rapporto tra forze di produzione e rapporti di produzione. È lì che si trova la radice sul discorso dell’inchiesta operaia: le forze di produzione, le macchine e l’idea che queste non fossero neutrali.
Si tratta di riflessioni molto attuali…
Un noto saggio di Panzieri circa L’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo [8]testimoniava l’interesse per la tecnologia, comune a tanti osservatori sociali degli anni ‘60. Erano gli anni in cui si verificò una grande trasformazione tecnica nelle fabbriche, oltre che un processo di modernizzazione nel Paese. Mentre la modernizzazione colpiva dal punto dei vista dei consumi e del relativo benessere raggiunto dalla classe operaia (il familismo legato ai consumi, la nascita di un certo individualismo, che divennero temi centrali della riflessione sociologica internazionale), l’interesse per la fabbrica e per la nuova tecnologia guardava ad un mutamento nei rapporti di lavoro in fabbrica. L’idea di Panzieri era che le tecnologie non sono neutre, possono essere usate nel loro sviluppo in modi diversi. Non esiste una one best way dello sviluppo tecnologico, bensì ogni passo di sviluppo tecnologico è legato ad una prova di forza tra i soggetti dentro il processo produttivo. Anche la storia si può rivisitare ripensando a come avrebbero potuto essere le cose rispetto all’uso delle tecnologie, se una parte avesse avuto più potere dell’altra.
Si tratta di un’idea che in tempi più recenti è stata riproposta da studiosi non marxisti, come negli USA Michael Piore e Charles Sabel[9], i quali parlano dello sviluppo tecnologico come di qualcosa di non neutro, di orientato dalle forze in gioco. Il saggio di Panzieri invece proponeva una rivisitazione di Marx, non in termini della sociologia attuale, ma attraverso una grande intuizione: il concetto della non neutralità delle macchine e che la coscienza di classe fosse una cosa problematica che ha rapporto sia con le macchine, sia con le generali condizioni di vita. Da qui l’idea dell’Inchiesta operaia: l’inchiesta come analisi del rapporto dei lavoratori nei luoghi di lavoro con le macchine in un momento in cui il sindacato, cioè il soggetto preposto a rappresentare i lavoratori, non li conosceva più perché erano cambiate le condizioni tecnologiche. Non esisteva più l’ “operaio di mestiere” (nell’accezione in cui è stato definito da Touraine), non c’era più quel soggetto, ma il soggetto prevalente era diventato un operaio comune più assoggettato al dominio delle macchine. Per questo era necessario, attraverso l’inchiesta, esplorare come l’operaio si rapportava al cambiamento tecnico, oltre che alle condizioni di vita cambiate in quella che emergeva, allora, come una nuova società del benessere. In estrema sintesi l’idea fondamentale dell’inchiesta era, come anche scritto in alcuni volumi[10], che non si desume la “coscienza di classe”, come la si chiamava allora, dal capitale, ovvero dallo stato delle forze produttive, bensì la si deriva dall’inchiesta, ovvero dalla diversa reazione soggettiva alle condizioni sia tecniche, sia sociali in cui la vita operaia trova la sua espressione.
Dunque per te l’Inchiesta nell’esperienza di Panzieri e Rieser è stata centrale non solo per la tua formazione, ma anche per la nascita della sociologia italiana. Possiamo approfondire questo aspetto?
La sociologia, “l’inferma scienza” nella nota espressione di Croce, era stata più volte condannata in Italia, innanzitutto intellettualmente dal crocianesimo che ha esercitato un notevole dominio culturale nel Novecento rispetto al positivismo a cui il marxismo veniva associato. Inoltre, il regime fascista vide la sociologia, giustamente, come uno strumento critico che poteva nuocere al regime. Quindi la convergenza tra il crocianesimo antipositivista e il regime fascista consolidarono l’isolamento della sociologia in Italia. La sociologia italiana rinasce molto tardi: le cattedre di sociologia nell’immediato dopoguerra sono pochissime (tra i pochi Camillo Pellizzi a Firenze). Gli americani, intesi come soggetto culturale e politico che finanziava e sponsorizzava la politica culturale degli USA della Guerra fredda, avevano pensato – piuttosto ingenuamente – che l’ostacolo in Italia all’instaurarsi di una visione ideologica anticomunista fosse il marxismo. Per questo avevano promosso la diffusione della sociologia ed è anche a questa condizione che si legano gli esordi della sociologia italiana[11].
Però si commetteva un errore perché quando la sociologia in Italia si sviluppò, in primo luogo all’Università di Trento, divenne al contrario una sede di pensiero ribelle, addirittura una fucina di ideologie e di militanze. Si pensi alle vicende del ‘68 e del post ’68 e al ruolo che Trento ebbe in questi eventi. Gli americani si sbagliarono, ma intanto avevano finanziato le scuole CO.S.PO.S dove vennero invitati ad insegnare, oltre che alcuni dei più importanti sociologi di prima generazione, tra cui Francesco Alberoni, Alessandro Pizzorno, Angelo Pagani, Achille Ardigò, anche quelli che cominciarono a chiamarsi “i giovani sociologi”, tra cui Laura Balbo e Guido Martinotti e ancora Bruno Manghi, Gian Primo Cella ed io, che facevamo i cosiddetti “istruttori”. Si trattava di un titolo non incardinato nelle gerarchie universitarie italiane, bensì mutuato da una impostazione americana (Giovanni Arrighi, ad esempio, fu prima “istruttore” e poi professore di sociologia in prestigiose università statunitensi). Gli istruttori erano sempre presenti, praticavano una didattica quotidiana con gli studenti: fu un’esperienza di grande interesse, soprattutto di didattica e di apprendimento intensivo di nuove discipline e nuove frontiere del sapere che si incrociavano per la prima volta. Solo molto tempo dopo mi sono resa conto di avere partecipato ad esperienze così importanti: quando si vivono spesso non ci si accorge che si trattava di un crocevia…
Forse anche la giovane età spiega come certe esperienze si vivano nell’inconsapevolezza?
Si, certamente si. Io avevo fatto filosofia a Pavia, sociologia a Cambridge, mi sembrava normale tornare a fare sociologia in Italia, invece non era normale, ma addirittura eccezionale. Si trattava di un vero e proprio esperimento in vitro…
Ricordi altre donne che parteciparono a questa esperienza?
Si, c’era Ida Regalia, Ota de Leonardis, Diana Mauri, Maria Teresa Gardella, Laura Balbo. C’erano poi anche altri colleghi e amici, tra cui Aldo Marchetti (con cui collaboro anche ora), Emilio Reyneri, Marino Regini, Carlo Donolo e il già citato Gian Primo Cella.
Si trattava quindi di una giovane comunità…
Si, c’era poca differenza di età tra noi e gli allievi. Era una comunità molto piccola che si animava con quelle che oggi chiameremmo le “grandi star”, tra cui Alberoni, Pizzorno, Baglioni, Pagani. C’erano tre livelli: i più anziani (che a me sembravano vecchi, ma non lo erano per nulla!), noi istruttori che avevano circa trent’anni e gli studenti che avevano circa 25-27 anni. Avevamo relazioni molto intense, che si arricchivano perché c’era un succedersi continuo di nuovi istruttori…


A chi erano riservati questi corsi?
Ad un piccolo gruppo di studenti già laureati, la gran parte borsisti perché, data l’esiguità dei numeri, le borse disponibili coprivano tutti gli iscritti. I corsi avevano durata biennale e gli studenti iscritti non superavano mai i 25. Era una scuola molto ben congegnata: intensiva e di qualità con un rapporto allievi e docenti molto particolare. Era come stare ad Oxford o a Cambridge: a me sembrava normale, perché ero appena tornata da Cambridge; non mi rendevo conto di vivere nel cuore di un privilegio che era del tutto inatteso per il contesto italiano. Le Scuole CO.S.PO.S. sembravano una cosa rivoluzionaria ed innovativa, che non aveva però il sapore del privilegio, sebbene se le borse di studio consentissero l’accesso ad un numero ristretto di allievi. Mi ricordo una volta che, quando io ero istruttore ci furono due persone a pari merito, ma dal punto di vista del censo, una era molto ricca figlia della migliore società milanese, l’altra era molto povera. In quella situazione noi ci siamo arrogati il titolo di suggerire a quella molto ricca di fare a metà della sua borsa… magari sbagliammo, ma era un esempio di come eravamo border line. Esisteva e praticavamo un concetto di equità che superava anche il merito. Si tratta di cose lontanissime se pensiamo al generale sistema di “valutazione” con cui ci confrontiamo quotidianamente oggi.
Erano previsti anche stage all’estero?
Come ho avuto modo di scrivere, per quanto riguarda la Scuola Superiore di Sociologia erano corsi esclusivamente teorici[12]. Di stage non si avvertiva il bisogno perché erano spontaneamente presenti nella vita quotidiana della scuola: in quel momento lo sviluppo della sociologia era molto politicizzato e molti degli studenti partecipavano ad esperienze politiche e di movimento sociale in Italia e all’estero. Erano gli anni ‘70, uno stage non serviva perché era dietro la porta, almeno quello politico. Altri, pochi, che finita la Scuola avevano deciso di lavorare per il mercato, in azienda, riuscivano ad avere posizioni prestigiosi e ben retribuite. Più di frequente, diciamo che era “di moda” lavorare per il sindacato e la politica. In un momento di diffusa socializzazione politica, la sinistra sindacale e politica sembrava il luogo ideale per le sperimentazioni pratiche.
Voi docenti e gli studenti avevate contatti con le università americane, visto che i finanziamenti provenivano prevalentemente dagli USA?
Non c’erano programmi specifici. Le esperienze di ricerca negli USA compiute da diversi di noi erano maturate come scelte individuali. Io avevo il mio ponte con Cambridge, con l’Inghilterra, altri sono stati negli USA per soggiorni di circa un anno. Non usavano direttamente il canale della Scuola, ma probabilmente la sua frequenza costituiva una buona carta da giocare. C’era poi il meccanismo della “lettera di presentazione” all’interno del sistema anglosassone delle raccomandazioni, che, come sappiamo, non debbono intendersi nel senso deleterio con cui sono descritte in Italia. Sono certa che se Pizzorno o Pagani scrivevano una lettera di presentazione ad uno studente per una università estera questa veniva presa in gran conto. Esisteva davvero un clima, un contesto fiduciario e di contatti molto personalizzati.
Queste osservazioni fanno scattare un immediato confronto con la situazione attuale in cui, al di là dei programmi di mobilità disponibili per studenti e dottorandi, c’è una rivalutazione dei legami personali, soprattutto per noi italiani…
La lettera seria di presentazione del mondo anglosassone è una lettera sincera, che non si mostra al candidato. Di quest’ultimo si fa un profilo credibile in cui si dichiarano anche i limiti. Si usano dei “nonostante” che aiutano a definire una figura precisa di quella persona, anche sotto il profilo caratteriale, della personalità. Per questo si inseriscono anche informazioni che potrebbero risultare sciocche in quel contesto (come le attività sportive preferite), che oggi fanno parte di un quadro della persona in un contesto di diversity management e pari opportunità. Per un datore di lavoro è importante cogliere caratteristiche del candidato che non sono necessariamente di merito, ma anche di affinità. Questo sistema, seppure piuttosto artigianale, dava luogo ad un giudizio molto più sofisticato di quello che viene fuori oggi nella forma della attuale “valutazione”. Si tratta infatti di un giudizio prodotto da un paradigma unico che non tiene conto delle diversità di ciascuno.
Sempre su questo tema, nella costruzione della comunità sociologica-accademica italiana, quali sono stati secondo te i passaggi centrali, anche nel reclutamento?
C’è stato un passaggio in cui si è manifestata una differenza dei contenuti e delle modalità di espressione. Parlavamo prima del rapporto tra marxismo e sociologia, tra gli anni ‘60 e ‘70. Come dice Goffredo Fofi, per la politica “il ‘68 è stato breve”. Anche per la sociologia, il ’68, inteso come nuovo interesse di ricerca dei temi emersi negli anni ‘50, ovvero l’interesse alla comprensione della società in mutamento, è stato canalizzato, a mio avviso, in categorie marxiste poco elaborate. Penso, ad esempio, agli studi sulla sociologia della classe operaia dove c’è stato ben poco con l’eccezione dell’importante opera diretta da Pizzorno sul “ciclo di lotte”[13], che faceva riferimento alle categorie della costituzione dell’identità di classe, intesa nella sua dimensione collettiva. La gran parte della sociologia “marxistizzante”, ovvero influenzata dalla sinistra, si è rivolta verso studi strutturali, per esempio analisi del mercato del lavoro, più che verso studi sociologici.
Questa tendenza si è rafforzata, negli anni ‘70, quando negli studi sulle relazioni industriali i sociologi, affascinati dal modello più tipico degli economisti e dei giuslavoristi, si sono spostati a studiare il neocorporativismo, lasciando perdere la fabbrica e la sociologia della vita quotidiana del lavoro. Allo
stesso modo si è lasciata perdere la comunità, la sociologia dei consumi, dei modi di vita. In qualche modo quindi, la sfida con il marxismo sul rapporto tra “classe in sé” e “classe per sé” non è stata messa più a tema dalla sociologia degli anni ‘70. Negli anni ‘80, poi, ha cominciato a svilupparsi la tematica dei nuovi movimenti sociali e qui si è arrivati al paradosso opposto, nel senso che i nuovi movimenti sociali (particolarmente studiati in Italia da Alberto Melucci, che riprendeva Touraine), ha però perso di vista il rapporto tra classe in sé” e “classe per sé” : i movimenti erano tutto ciò che si mobilita. Qui il discorso si complica perché introduce il concetto di “posta in gioco” che è centrale nel discorso di Touraine, ma non trova spazi nella versione italiana della teoria dei nuovi movimenti sociali.
Questa è la mia visione del principale spostamento della sociologia italiana. Io peraltro ancora desidero partecipare agli studi sulla costruzione della “classe per sé” partendo dalle condizioni strutturali da cui la classe per sé si origina, si costituisce. In questo senso c’è una superiorità dell’esperienza sociologica inglese che per certi aspetti è stata più compiuta di quella francese. Nell’esperienza inglese, prima ancora nella storia sociale, come nel caso di Edward Palmer Thompson ed Eric Hobsbawn, che nella sociologia, come nelle opere di Thomas Humphrey Marshall. Per altri versi penso poi alla Francia, che in modi differenti e senza la solidità della ricerca inglese di storia sociale, ha prodotto importanti risultati: basti guardare alla stessa scuola di Touraine, a Michel Wieviorka e al suo lavoro sul razzismo, e ai tanti studi comparati promossi dall’ Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Dunque in Italia, non trovo né l’esperienza della storia sociale inglese, né la sociologia dei movimenti francesi. Lo stesso Melucci, pure molto apprezzato in Italia prima della sua prematura scomparsa, non ha avuto il tempo di segnare un solco, di costruire una vera e propria scuola.
Quest’andamento della sociologia italiana può dipendere anche dalla conversione che essa ha fatto verso una certa matrice weberiana? Penso, ad esempio, agli studi sulla mobilità sociale, che hanno spostato il focus dall’originaria attenzione al marxismo…
Guarda Lockwood e Goldthorpe: hai una matrice comune tra maestro e allievo alla quale segue una netta divisione, tanto che il secondo diverrà il teorico della Rational Action Theory come teoria paradigmatica della sociologia del XXI secolo, separandosi dal primo, che voleva porre il problema della soggettività studiandolo il ricorso ad una metodologia tradizionale qual’era la survey. Alla critica della teoria dell’azione razionale Pizzorno ha dedicato molte delle sue energie, attaccandola però da un punto di vista logico, più che empirico ed epistemologico, mentre io ritengo che vada attaccata sul suo stesso terreno, quello degli economisti, con un confronto di paradigmi in cui si contrappone il paradigma dell’utilità ad altri paradigmi, come quello sociologico.
John Goldthorpe ha dato l’avvio ad una valorizzazione dell’analisi quantitativa che meglio si adatta al paradigma dell’azione razionale ed è standardizzabile: da lì in poi si consolida la distanza tra le metodologie quantitative e qualitative, che ancora oggi sono profondamente distanti e ostili. Invece, a mio avviso, la questione centrale è individuare il problema della ricerca: a seconda del problema può andare bene l’indagine quantitativa, oppure l’indagine etnografica o l’osservazione partecipante. Si tratta di contrapposizioni fasulle…
In un certo senso anche la metodologia dell’inchiesta era anticipatrice di un altro tipo di indagine messa a punto da Touraine, dove nell’interazione tra ricercatore e ricercati si sviluppa una trama di ricerca dell’identità, quasi della verità che assomiglia ad un rapporto di psicoterapia. Ricordo che Touraine usava l’espressione “conversion sociologique”, in cui l’osservatore, avendo formato due gruppi (uno di osservazione e uno di controllo) interagendo con l’oggetto-soggetto ricercato arriva a farsi dire dal soggetto chi lui è. Riesce anche a produrre dei meccanismi di identificazione, per cui “chi lui è” diviene quasi un meccanismo di formazione e riconoscimento della propria identità. Questo è molto diverso dal rispetto generico per l’oggetto di ricerca, usato anche in metodologie precedenti, quantitative e qualitative, e impone, in quanto parte dell’etica professionale del sociologo, che si debbano “restituire” i risultati della ricerca ai soggetti che sono stati direttamente coinvolti.
L’inchiesta che tu hai sperimentato aveva dunque anche questa dimensione…
Certamente si, tanto che i gruppi degli “inchiestati” divenivano spesso dei militanti o sviluppavano relazioni amicali, affettive con i loro intervistatori. Bisogna tenere in conto il fatto che questi operavano negli anni ‘60, in un periodo di transizione del sindacalismo, in particolare rispetto ai lavoratori. Si tratta di un periodo di non comunicazione e quindi l’inchiesta era anche un modo per comunicare con quelli che oramai non si raggiungevano più perché diversi dagli operai di una volta. Erano i nuovi operai. In questo caso erano operai comuni di origine agricola, meridionale che non erano sindacalizzati, molto diversi dall’operaio di mestiere, vecchio tipo e comunista, di cui quasi si sapeva l’indirizzo, questi nuovi erano sconosciuti. Era l’epoca in cui a Torino c’era l’avviso sulle case “Non si affitta a meridionali!”, come narra un bel libro di Fofi…

Da questa nostra conversazione mi pare che il tema della rappresentanza nel tuo percorso di ricerca sia centrale, quasi un fil rouge. Si tratta di un tema che condividi con altri sociologi economici italiani, anche se lo proponi da un prospettiva diversa…
Devo dire che di sindacato io mi sono sempre interessata, per tanto tempo, ma solo perché accadeva che il sindacato fosse un forma di rappresentanza, non perché mi interessassi di sindacalismo o di relazioni industriali. Mi avvicinavo a questi temi con un approccio un po’ più legato alla tradizione inglese di cui ho detto. Ritengo che gli studi sulle relazioni industriali, dall’epoca in cui il “neocorporativismo” diventa la parola chiave, allontanandosi dalla fabbrica hanno perso il punto di vista il tema della rappresentanza. Infatti, come tipo di studi sono stati più parenti della giurisprudenza, dell’economia e, caso mai, della scienza politica. I frutti di queste ricerche sono stati preziosi e i colleghi italiani hanno dato contributi di valore. Ma il mio punto di vista era ed è diverso. E infatti, io più di recente mi sono trovata molto bene a alla Business School di Warwick, la cui Industrial Relations Unit è diretta da Guglielmo Meardi, dove ho trascorso alcuni periodi come visiting professor.
Invece in Italia mi sembra che la ricerca sul lavoro abbia abbandonato la dimensione più propriamente sociologica, che percorreva il sentiero di Thompson e Hobsbawm. Anche nella nostra comunità più ristretta della sezione AIS-ELO, si puòosservare che, tranne che per una serie di micro casi, prevale questa linea di tendenza che, nel periodo in cui ero stata coordinatrice con Maurizio Ambrosini, avevo cercato di invertire. Mi ricordo, infatti, che nel convegno di fine mandato, avevamo invitato come key note speaker Ronald Dore, economista grande esperto di relazioni industriali, che ha dimostrato di essere un sociologo quale studioso di industrial relations ma in un’accezione diversa da quella prevalente in Italia.
Sempre rispetto alla tua passione per la rappresentanza, mi ha colpito quando hai detto che ad un certo punto si era posta la necessità di studiare i nuovi operai. Oggi mi pare che siamo di nuovo davanti allo stesso problema…
Credo di si. Io vedo quasi un ripetersi della storia nel senso che anche il bisogno di inchiesta che avverto da vari piccoli indizi, segnala un bisogno che nasce dallo sconcerto per il nuovo oggetto della ricerca. Si tratta di una necessità di capire, nel tardo capitalismo, i soggetti che lo animano e che non sono più chiaramente definiti. Senza considerare la grossa complicazione che è posta dagli “estranei”, dai migranti, da quelli che “vengono dal mare” che scombinano tutto, le nostre capacità interpretative. Ma se anche si rimane all’interno del tessuto industriale e post industriale c‘è uno scombinamento delle categorie. Intendiamoci, non bisogna dimenticare che la classe operaia (anche se tutti oggi sorridono quando si usa questo termine) esiste ancora! Quando si ricordano le cifre di questa presenza, la gente ha un sobbalzo di sorpresa, perché si è così abituata a dire che la classe operaia tanto che non c’è più tanto che e poi rimane colpita nel sapere che si tratta ancora del più grosso gruppo occupazionale esistente.
Bisogna andare oltre, esplorare realtà vissute e forme di gestione del lavoro che riprendono anche forme del passato. Come dice Aris Accornero, il XIX era un secolo in cui la classe operaia ancora si doveva formare e la cifra dominante era l’eterogeneità della forza lavoro e dei rapporti di lavoro. Questi ultimi adesso riprendono forme antiche, cooperative di mutuo soccorso, di auto sfruttamento: sono forme in cui il rapporto datore di lavoro e lavoratore non è più così centrale come nel XX secolo. In tal senso la classe operaia è superata, perché il nucleo che dipende da un rapporto di lavoro subordinato è eroso dalla molteplicità di posizioni. Per questo mi interessa particolarmente il confronto internazionale in questo nuovo ciclo di ricerche che spero di svolgere sulla rappresentanza, con particolare attenzione al caso degli USA e dell’Argentina nel confronto con l’Europa.
Come mai proprio l’Argentina?
L’Argentina offre una gamma di esperienze vastissime: d’altro canto è stato l’unico paese del Sud America che ha avuto una classe operaia forte, con un’importante rappresentanza, non solo sindacale, ma anche politica con il partito peronista. E, a tal proposito, bisognerebbe parlare anche dell’importanza delle donne nei processi di costruzione della rappresentanza non solo sindacale, ma politica (ricordi il vero e proprio culto che ha riguardato Eva Peron?). Non bisogna poi dimenticare che l’Argentina è stato il primo paese ad avere una legge sulle quote elettorali di genere (la “ley de cupos”). Di recente in al mid-term meeting dell’International Sociological Association a Buenos Aires dopo i lavori del convegno con un ristretto gruppo di lavoro siamo andati a fare una gita culturale a Jujuy, ai confini con la Bolivia. In questa provincia Milagro Sala ha fondato un movimento sociale, quasi un’enorme cooperativa, l‘Organizaciòn Tupac Amaru. Si tratta di un movimento molto popolare con un grande seguito la cui azione è stata, all’inizio, la costruzione di viviendas (case popolari). Le regole associative di queste cooperative sono molto forti e hanno come centro la coppia, non un uomo o una donna. Svolgono il rito della madre terra, cui abbiamo potuto assistere, a cui partecipa tutta la comunità. Ti ho fatto questo esempio perché si tratta di una rappresentanza diversa, lontano dal sindacalismo tradizionale. D’altro canto in Argentina c’è da sempre una scissione interna al mondo operaio, che si riflette anche nella nascita di movimenti spesso contrapposti al sindacalismo. Basti pensare al movimento delle fabbriche recuperate, attualmente il più duraturo movimento di fabbriche occupate della storia[14]. In questa autogestione ci sono molto elementi di grande interesse. Non trascurerei poi i tanti movimenti sociali diffusi nel Paese, cui si accompagnano questi “costruttori cooperativi”… Per queste ragioni mi interessa l’Argentina!

Il caso degli Stati Uniti, invece, per quali ragioni ti interessa?
Condivido alcuni progetti di ricerca con Ruth Milkman, una importante ricercatrice che ha studiato prima il movimento operaio classico del settore auto a Detroit sottolineando come il movimento sindacale sanzionasse, invece di mettere in discussione, la divisione sessuale del lavoro [15]. Dopo essere stata per anni direttrice dello Institute for Research on Labor and Employment della UCLA dedicato agli studi del lavoro[16], Ruth ha concentrato la sua attenzione sui lavoratori migranti, che ritiene siano la nuova linfa per l’oramai esangue sindacato americano. In prevalenza si tratta di donne, spesso con problemi di cittadinanza, cui si associano i problemi della rappresentanza sul lavoro. Situazioni analoghe si registrano peraltro anche in Italia, dove la condizione di regolarità deriva direttamente da una posizione lavorativa regolare, ma spesso non si riesce ad avere né l’una, né l’altra condizione.
Mi affascina quindi questa nuova prospettiva del sindacalismo che, invece di essere semplicemente corporativo come spesso in Italia, cioè a difesa di lavoratori comunque garantiti (“il sindacato delle protezioni”, nell’espressione di Pietro Ichino), diventa una zona di affrancamento e di nuova vitalità data proprio dai lavoratori meno rappresentati. Essi diventano, in certi tipi di paese, l’asse portante del sindacalismo.Per me che ho studiato il sindacalismo italiano nel momento in cui il sindacato era la rappresentanza della classe operaia emergente negli anni ‘60 e ’70, queste effervescenze in ambito internazionale hanno grande fascino per ulteriori approfondimenti di ricerca. Fenomeni simili si configurano in altri paesi del Sud del mondo, ad esempio in India. Di queste cose si è interessata anche Mariella Gramaglia occupandosi del caso della Self-Employed Women’[17] dove la definizione del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore dipendente si perde, trasformandosi quasi in una forma di cooperazione.
Dalle cose che mi racconti, mi convinco sempre più che la rappresentanza rappresenta il nucleo del tuo percorso di ricerca, declinato secondo una modalità originale di espressione della soggettività insieme individuale e collettiva. Un tema centrale della sociologia che hai riproposto anche nel modo in cui hai praticato gli studi di genere: secondo te quali sono le possibilità future per questo filone di ricerca in Italia?
Siamo a due decenni dalla Conferenza di Pechino, dove il termine mainstreaming è stato coniato e discusso accanto a quello di genere. La mia opinione è che nelle politiche il mainstreaming non funzioni, in quanto è poco misurabile. Ti faccio un esempio: se voglio allocare 100 dollari e vedere dove vanno a finire, è più facile che possa dire “Vanno per disabili, per le donne o per un segmento specifico della popolazione”, piuttosto che riuscire a misurare l’impatto di genere di una politica. Spesso si finisce solo per ottenere un bollino rosa o azzurro, così come quando si vuole misurare l’impatto ambientale. Nessuno, di fatto, va a misurare quanto o come si è investito in questi processi. Sono invece per il mainstreaming nella teoria e nella ricerca, cioè il genere è un approccio che non si dovrebbe mai trascurare. Non dovrebbe quindi confinarsi in un reparto di studi specializzato, ma dovrebbe intervenire tenendo conto di quello c’è in campo nel paradigma che si vuole criticare o a cui non ci si vuole riferire. Il mio timore è che gli studi di genere siano emarginati da “chi può”. Questo si nota regolarmente nei convegni: basta che ci sia un paper sugli studi di genere che i due terzi della platea lasciano i lavori. Anche intellettuali raffinati ed attenti si tengono lontani dai temi relativi al genere, considerandoli argomenti secondari. Persiste una resistenza che è difficile superare e che implica disinteresse, svalutazione e in alcuni casi, vero proprio disprezzo. C’è però anche un’autosegregazione da parte degli studiosi e delle studiose di questi temi, soprattutto in passato, quando si ritenevano “studi da donne”. Ora l’autoesclusione non è più così esplicita (basti pensare alla carica di Direttore del Dipartimento di Sociologia a lungo ricoperta da Judy Wajcman, nota per le sue ricerche sul rapporto tra genere e tecnologia, lavoro e organizzazioni), ma si manifesta in scelte più complesse, per esempio quella che associa gli studi di genere alla ricerca qualitativa.

Forse questo è dovuto anche ad un problema di formazione inadeguata rispetto al paradigma di genere?
Certamente si, in un contesto di formazione insoddisfacente, gli studi di genere sono frequentemente trascurati…
La tua esperienza con il Centro di Studi di Genere, il Master sui temi delle pari opportunità costituiscono ancora uno dei pochi tentativi in Italia di colmare questa lacuna…
È stata una scelta che ha implicato grandi fatiche individuali, miei e delle persone che hanno lavorato con me. Secondo me, quando ho deciso di impegnarmi esplicitamente negli studi di genere sono stata automaticamente declassata dai colleghi: essendo stata considerata una giovane promessa, la mia scelta è stata considerata quasi come un venir meno a questa.

Forse ti ha aiutato il fatto che poi hai condotto i tuoi studi applicandoli ai grandi temi della sociologia, quale la rappresentanza…
Penso, data la mia età, di avere tranquillizzato i colleghi e ripagato le aspettative proponendo gli studi di genere in una modalità non ghettizzante. Dipende forse in parte dalle capacità del singolo guadagnarsi questa possibilità, seppure con grandi fatiche. Complessivamente però, nell’organizzazione e nelle relazioni della comunità scientifica accademica l’attenzione per questi temi era quasi inesistente. Va detto poi che io, forse per fortuna, ho cominciato tardi ad occuparmi di studi di genere, quando avevo un riconoscimento già acquisito. In questo Chiara Saraceno è stata pioniera, perché è partita allo sbaraglio proprio su questo tema occupandosi di famiglia e di divisione sessuale del lavoro. Lei è stata poi straordinariamente efficiente e, in più, ha abbinato il genere ad una prospettiva nella lettura di temi quali il welfare, la povertà, le generazioni…
Nella recente intervista per la rivista dell’AIS (che apparirà su ELOweb in una versione aggiornata, ndr) dalle sue parole emerge una grande fatica, che la porta a collocarsi quasi come straniera rispetto ai temi dominanti. Trovo molto bello il profilo emotivo personale che vi delinea…
Conoscendo Chiara da molto tempo condivido l’analisi che lei fa di sé. L’aggressività che spesso le viene attribuita è forse più difensiva. Credo che lei, oltre ad essere una straordinaria studiosa, abbia anche combattuto in seno all’accademia per guadagnare per sé, ma anche per tutte le sociologhe, posizioni precise. Io e Chiara siamo legate da molti anni, eppure abbiamo fatto scelte completamente diverse, che hanno dato luogo a percorsi diversi. Spesso mi interrogo sul perché: da un lato, io non ero per nulla interessata alla partecipazione accademica, non ho mai pensato a questo lavoro come ad una “carriera”. Forse il mio mondo era già sufficientemente proiettato su una grande abbondanza di argomenti, non pensavo alle strutture istituzionali. Ma, soprattutto, mi sono mossa in un contesto in cui la comunità sociologica italiana si andava facendo e la professione del sociologo accademico non esisteva: tra le persone che ti ho citato c’erano straordinari pensatori, ma molti di loro non si sono mai interessati alla carriera universitaria! Per certi versi la nostra esperienza era quasi più bohémien e internazionale e l’università rappresentava solo uno dei possibili campi in cui praticare la sociologia[18]. Per me la scelta era piuttosto di una trasgressione esistenziale e sociale, non il primo passo verso una carriera professionale. Quest’inizio penso abbia segnato anche i momenti successivi della mia vita professionale…
La generazione successiva ha cominciato a sperimentare invece l’idea di una professione e di un percorso che poteva essere seguito all’interno di un sentiero istituzionale già definito. Chiara ad esempio, sebbene arrivata solo tre anni dopo, si è trovata all’interno di un’organizzazione già più definita. Lei poi va a Trento, un posto che rappresentava una sorta di microesperimento, una cosa completamente diversa…
Qualche tempo fa, hai espresso alcuni dubbi rispetto al futuro della sociologia in Italia, parlando di un vero e proprio declino riferibile a tre aspetti principali: il discorso pubblico; la difficoltà del paradigma sociologico; la mancata ripresa dell’inchiesta. Sarebbe interessante se illustrassi meglio questi aspetti…
Credo che si possa partire da un’osservazione banale: la stampa quotidiana non parla altro se non di finanza! Esiste una narrazione collettiva per cui chiunque pensa di sapere e poter discutere di spread! Siamo in un tempo, in una società tanto governata dal discorso economico che questo è il primo ostacolo che incontra la sociologia: è più facile entrare nel discorso pubblico con l’economia. Certo, un po’ la sociologia ci entra con un discorso sulle diseguaglianze, anche se con una modalità un po’ subalterna all’economia. Si narra una diseguaglianza “oggettiva” (come anche nel libro di Thomas Piketty), non quella sperimentata, vissuta, agita. E’ più facile, non dico entrare nel cuore della gente (che sarebbe un discorso politico), ma anche toccare le sollecitazioni da un punto di vista morale e dei diritti, che non da un punto di vista più propriamente sociologico. Basta fare l’esempio dei mondi migranti contemporanei e dei diritti negati, ovvero “annegati”, come li definisco io. Il discorso sociologico su questi temi è più difficile che si innesti nel discorso pubblico. Anche il papa, che considero uno dei politici più efficaci in questo momento, parla del pianeta, del futuro, di ecologia e dei diritti, anche contro l’economia, ma non parla dell’esperienza della diseguaglianza. La sociologia si è occupata della diseguaglianza come vissuto: in Marx sono chiaramente definiti concetti come privazione assoluta e relativa; Durkheim e Weber, per citare solo i classici, discutono questi stati di privazione come le condizioni che mettono poi in moto le percezioni individuali e collettive. Queste sono dimensioni estremamente importanti dell’analisi sociologica contemporanea, ma non rappresentano un tema centrale. A meno che non si ponga l’attenzione sul mercato: a quel punto, il consumatore compare, ma in una forma caricaturale quasi come se fosse invaso dal mercato!
Quale il possibile contributo della sociologia oggi rispetto al tema dei mondi migranti di cui parlavi?
Credo che la sfida attuale del multiculturalismo sia molto importante, anche perché ci è come “cascata addosso”. Il riferimento non è più soltanto alla questione spesso generica della globalizzazione, ma alle crisi geopolitiche in corso. Il tema delle società multiculturali non è certo nuovo, ma i profughi lo trasformano quasi in un must, non più un semplice stimolo. Comunque la riflessione sulla molteplicità delle culture è secondo me un grosso input per la ricerca sociologica. Anche se il dibattito è oggi più normativo, etico, filosofico; la sociologia è direttamente chiamata in causa. E così devo dire dei temi delle generazioni. Si tratta di temi che chiamano in causa più la sociologia che l’economia o la psicologia. Non vorrei essere considerata una comtiana sull’egemonia delle scienze, ma mi pare che la sociologia sia la scienza deputata allo studio di questi fenomeni. Sono una durkheiminiana di formazione, per cui credo ancora a les régles de la methode sociologique e alla regola che quando di un fatto sociale si dà una spiegazione individuale, questa è sempre insoddisfacente, per non dire errata!

Foto e immagini:
pag. 2: un francobollo del 2008 dedicato alla figura del filosofo, matematico ed epistemologo Ludovico Geymonat (1908-1991) in occasione del centenario dalla sua nascita; Parigi 1961, Bianca Beccalli durante il suo periodo alla Cité Universitaire passeggia in un viale in compagnia di Marco Pannella (allora giornalista inviato a Parigi); un ritratto dell’economista Piero Sraffa (1898-1983) nella copertina di una recente biografia di Alessandro Roncaglia (2009, Palgrave Macmillan, Basingstoke), pubblicato all’interno di una serie di volumi sui grandi pensatori nell’economia; Beccalli nel 1964 a Cambridge (UK) col marito Michele Salvati, in occasione delle tradizionali gare di canotaggio Bumps sul fiume Cam; 1963, Bianca Beccalli nella scale del municipio di Torre Pellice (Torino), accompagnata verso la cerimonia di matrimonio da Raniero Panzieri; il matrimonio laico di Bianca Beccalli con Michele Salvati, officiato dal sindaco valdese di Torre Pellice.
pag. 3: la copertina del numero 1 della rivista Quaderni Rossi; la copertina del volume R. Panzieri, A. De Palma, M. Salvati, B. Beccalli, A. Lettieri, A. Gorz (1972), La división capitalista del trabajo, PyP, Córdoba; le copertine di alcuni numeri della rivista Quaderni Piacentini; la copertina del volume N. Abbagnano (2001), Scritti neoilluministici (1948-1965), UTET, Torino; la copertina dell’opera di K. Marx, Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, nell’edizione del 2012 dell’editrice Pgreco, Milano; la copertina del volume di R. Panzieri, Lotte operaie nello sviluppo capitalistico (1976, Einaudi, Torino); Piore, Michael J. e Charles F. Sabel (1984) The Second Industrial Divide, New York: Basic books.
pag. 4: un ritratto del filosofo idealista e critico letterario Benedetto Croce (1866-1952); un manifesto di propaganda anni ’50 a sostegno dello European Recovery Program (ERP) degli USA, più noto come Piano Marshall, in Italia; due immagini di Bianca Beccalli ad incontri e convegni (fonte: archivio storico del giornale L’Unità, http://archivio.unita.it/ ).
pag. 5: le copertine di Dalmine, Falck, Redaelli (1975), scritto da Bianca Beccalli con Giuseppe Abbatecola e Giuliana Carabelli e di Lotte operaie e sindacato (1978), di Alessandro Pizzorno, Emilio Reyneri, Marino Regini, Ida Regalia, due dei sei volumi che compongono l’opera Lotte operaie e sindacato in Italia, 1968-1972 curata da Pizzorno per i tipi del Mulino, Bologna; E. Thompson, The Making of the English Working Class (1963, 1968), Penguin Books, Harmondsworth; E. Hobsbawm (2011), How to Change the World: Reflections on Marx and Marxism, Yale University Press; T.H. Marshall (1950), Citizenship and Social Class: And Other Essays, Cambridge University Press, Cambridge; A. Touraine, M. Wieviorka, F. Dubet, Le mouvement ouvrier, Fayard, 1984, Paris ; J.H. Goldthorpe, D. Lockwood, F. Bechhofer, J. Platt, The Affluent worker in the Class Structure (1969) Cambridge University Press, Cambridge; J. H. Goldthorpe, (1987), Social Mobility and Class Structure in Modern Britain, 2nd. ed., Clarendon Press: Oxford.; un cartello antimeridionalista.
pag. 6: la copertina del volume curato da Guglielmo Meardi con Luigi Burroni e Maarten Keune Economy and Society in Europe: A Relationship Crisis (2012, Edward Elgar, Cheltenham; Northampton, MA) e del libro di Ronald Dore Stock Market Capitalism: Welfare Capitalism: Japan and Germany versus the Anglo-Saxons (2000, Oxford University Press, Oxford); un ritratto agiografico di Evita Peron; il logo della Organizacion Barrial Tupa Amaru; la copertina del volume della Ruth Milkman L.A. Story: Immigrant Workers and the Future of the Labor Movement (2006, New York, Russell Sage Foundation) e del saggio di Mariella Gramaglia Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo (2008, Donzelli , Roma); il logo della Self Employed Women’s Association.
pag. 7: la copertina del volume Donne in quote (1999, Il Mulino, Bologna) curato da Bianca Beccalli; Beccalli nel 2012 mentre discute con Judy Wajcman in occasione di una visita alla London School of Economics; con un gruppo multinazionale di studentesse del Dottorato di Sociologia della Graduate School in Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano; la copertina del volume di Chiara Saraceno Cittadini a metà. Come hanno rubato i diritti degli italiani (2012, Rizzoli, Milano).
pag. 8: la copertina del volume di T. Piketty (2014), Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano; un’immagine di migranti che chiedono asilo; la copertina della rivista Mondi Migranti, diretta da Maurizio Ambrosini (che è stato segretario nel Comitato scientifico ELO coordinato da Bianca Beccalli nel triennio 1995-98); Beccalli nel 2003, alla cerimonia di consegna dell’Ambrogino d’oro da parte dell’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini.

